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Articolo pubblicato sul sito www.disanzadalen.it

(in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio si chiede di voler gentilmente indicare la fonte)

 

Il Fondo Archivistico "Dogana della mena delle pecore di Puglia" conservato presso l'Archivio di Stato di Foggia.

ALFONSO DI SANZA D' ALENA

 

            Il fondo della Dogana delle pecore, contiene un innumerevole quantità di atti che ha permesso di ricostruire un pezzo di storia della famiglia d'Alena di Frosolone, relativamente all’attività dell’allevamento di questi animali che costituivano una vera e propria ricchezza per i loro proprietari. Prima, però, occorre dare qualche breve cenno su cosa fosse effettivamente la Dogana delle pecore. Essa fu istituita nel 1447 per iniziativa dei re aragonesi; la sua sede fu inizialmente Lucera e poi Foggia ed aveva il compito di curare l’esazione del prezzo dei pascoli (fida). Le pecore molisane, fin da quando la dogana venne istituita, furono qualificate gentili e soggette a discendere nei pascoli fiscali. A quest’obbligo faceva da contrappeso la garanzia di transiti sicuri, erbaggi sufficienti, difesa assicurata da un foro particolare affidato al doganiere, nonché lo smercio garantito dei prodotti dell’industria armentizia. Gli allevatori, considerati piccoli (se possedevano fino a 200 pecore), medi (da 200 a 2000) e grandi (oltre 2000), venivano chiamati locati, fino al 1806, e censuari dal 1806 fino al 1865. La modifica del regime doganale tra questi anni consistette nel fatto che prima le terre fiscali venivano date in affitto annuale o sessennale, mentre in seguito vennero cedute con contratti enfiteutici.

            La nostra famiglia fu tra i maggiori “locati” ed arrivò a possedere oltre 20.000 pecore, oltre ad animali di grossa taglia (i possessori di quest’ultimi venivano chiamati “soliti”). Le greggi, al sopraggiungere dell’autunno, venivano portate a svernare nelle locazioni di Puglia, ognuna costituita dalle cd. poste. Con l’aiuto degli atti conservati nell’Archivio di Stato di Foggia, considerato che il fenomeno della transumanza ha rappresentato un elemento importante, non solo per l’economia delle singole famiglie, ma anche di tutte quelle che a quest’industria erano legati, ho cercato di ricostruire i luoghi della Puglia, nelle quali le greggi dei d’Alena di Frosolone, andavano a svernare.

            Le locazioni che ricorrono maggiormente sono la posta di Cantigliano presso la locazione di Candelaro e la locazione di Guardiola, vicina ai tenimenti di Torremaggiore, Castelnuovo, Casalvecchio, Pietramontecorvino e Lucera. Con il primo atto, del 1776[1], vengono intestate a nome di Donato d’Alena, 100 pecore nella località di Candelaro; nel 1807[2] Donato censisce terreni nella posta Cantigliano di Candelaro, contratto che viene rinnovato nel 1817[3], mentre un atto dell’anno successivo lo vede ancora censuario di quel luogo[4]. Il contratto venne rinnovato ancora nel 1820[5], per la somma di ducati 173.93, e nel 1840[6] i suoi eredi vengono risarciti  per i danni causati dalla dissodazione abusiva di alcuni terreni della posta Cantigliano di Candelaro.

             Il primo documento che riguarda la locazione di Guardiola è datato 1735[7] e riguarda il sacerdote D. Geronimo d’Alena che cede 100 pecore “reali fisse” locate in Guardiola a Domenico Salotto. Negli anni seguenti troviamo, invece, il nome di Filippo d’Alena che cede 50 pecore “reali fisse” a Giuseppe Lauro di Sant’Elia[8], mentre nel 1759[9], unitamente ai fratelli, ricorre per la prelazione degli erbaggi., causa che lo impegna, insieme a Domenco antonio Fazioli di Frosolone, contro Savino Traversa di Canosa, anche nel 1775[10]. Negli anni successivi, la locazione di Guardiola è legata al nome di Donato con l’intestazione di 200 pecore, nel 1780[11], e relativa cassazione del nome di Donato Pericolo, mentre è del 1786[12] la causa civile che vede “il barone donato d’Alena di Frosolone contro i balivi di Pietramontecorvino per l’indebito sequestro di alcuni buoi in locazione di Guardiola”.

            Altra locazione richiamata in due documenti, uno del 1770[13] che riguarda l’intestazione a nome di Pompilio (o più probabilmente Pompeo) d’Alena di 200 pecore in quella locazione, e l’altro del 1773[14] che riguarda l’intestazione di 300 pecore reali fisse “al nome del barone Donato d'Alena di Frosolone, e cassazione del nome di Pompilio d'Alena dalla detta locazione".

            La locazione di Castiglione è nominata in un documento del 1745[15] relativo all’intestazione di 80 pecore a Nicolò d’Alena.

           Viene, infine nominato “San Leucio” in due documenti, il primo del 1823[16] che riguarda la causa di Domenicantonio contro Bartolomeo Ricciardelli ed Anna Maria Angelone per l’apertura abusiva di un tratturello nel “terzo di San Leucio”, l’altro del 1835[17], dal quale si evince che “L’intendente Lotti, in nome del tavoliere, concede in perpetua enfiteusi a Domenicantonio d’Alena di San Pietro Avellana carra 10 e versure 18 di terre a pascolo in Farano, Posticchia di Farano e San Leuci”. La posta di Farano viene anche nominata nel documenti degli atti di un processo del 1828[18], nel quale si legge “Il barone Domenico Antonio d’Alena di Frosolone e Bartolomeo Ricciarelli di Pescocostanzo contro il direttore del Tavoliere per la misurazione, titolazione e suddivisione di terreni nella posta e posticchia di Farano”.

             Infine, per la locazione di Casalnuovo, le fonti d’archivio ci portano a conoscenza del fatto che nel 1741[19], insorse “controversia fra i locati della locazione di Casalnuovo e Nicola Mascione di Torella, barone di Castelluccia e Domenico Antonio d’Alena di Frosolone, barone di Vicenna circa il diritto di questi di essere ascritti a detta locazione”.

 


[1] Tutti gli atti di seguito descritti, sono tratti dal libro di pasquale di Cicco, Il Molise e la transumanza, Cosmo Iannone Editore, Isernia, 1997. Accanto ai numeri dei volumi e dei fascicoli relativi al fondo Dogana della mena delle pecore, sarà indicata tra parentesi, la pagina del volume del di Cicco: Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 165 – 3326 (pag. 47).

[2] Serie II, contratti di censuazione: 92 – 192 (pag. 212).

[3] Serie VII, atti vari: 298 – 252 (pag. 239).

[4] Serie VII, atti vari: 319 – 55 (pag. 243).

[5] Atti dei notai (Giovanni de Marino di Napoli, rogante a Foggia): 16/03/1820, cc. 562r-586t (pag. 195).

[6] Consiglio d’Intendenza di Capitanata, I camera, decisioni: 7 – 617, 23/5/1840 (pag. 292).

[7] Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 184 – 4639 (pag. 54).

[8] Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 184 – 4640 anno 1737 (pag. 54).

[9] Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 145 – 2408 (pag. 42).

[10] Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 146 – 2476 (pag. 42).

[11] Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 186 – 4765 (pag. 57).

[12] Serie II processi civili: 728 – 14995 (pag. 124).

[13] Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 169 – 3589 (pag. 48).

[14] Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 169 – 3569 (pag. 48).

[15] Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 165 – 3332 (pag. 47).

[16] Consiglio d’Intendenza di Capitanata, II camera, processi: 18 – 620 (pag. 293).

[17] Atti dei notai (giovanni de Marino di Napoli rogante a Foggia): 15/05/1835 – cc.220r-273r (pag. 197).

[18] Consiglio d’Intendenza di Capitanata, II camera, processi: 28 – 997 (pag. 293). Nella fonte archivistica si conserva anche una pianta topografica della posta e posticcia, redatta dall’agrimensore Saverio Pacelli il 14 novembre 1828.

[19] Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 58 – 480 (pag. 37).