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Ode in morte di Ferdinando dei Baroni d’Alena.

Ferdinando d’Alena, figlio di Francesco e di Elisabetta de Capoa, morì giovanissimo all’età di venti anni. Tuttavia, nel suo breve passaggio in questa vita, seppe dare dimostrazione di tante e tali virtù, che non passarono inosservate. Il Canonico Florindo Battista, nel 1853 pubblicò un libretto (Tipografia Germanico Rossi, l.go delle Pigne, 11, Napoli) nel quale raccontava la vita del giovane Ferdinando, dedicandogli un’ode. Il contenuto del libretto, unitamente a copia dello stesso, che purtroppo è privo delle pagine da 17 a 25, mi è stata fornita dall’Avv. Giuseppe de Cristofaro.

 

 

 

A  TE  

ORNAMENTO CARISSIMO DELLA PATRIA TERRA,  

LUIGI DE' BARONI D'ALENA  

CHE TANTO ONORI L'ALTA MAGISTRATURA  

E SENZA MODO TI DUOLI DELLA PERDITA  

DEL QUADRILUSTRE GIOVANETTO  

CHE NATO DEL FRATEL TUO PER VIRTÙ T'ASSOMIGLIAVA  

QUESTI CANTI E MEMORIE  

DA CALDO E SINCERO AFFETTO INSPIRATE

GLI AMICI DELL' ESTINTO  

RlVERENTEMENTE CONSACRANO  

 

 

 

 

NOTIZIA

 

INTORNO ALLA VITA ED AI COSTUMI

 

DI

 

FERDINADO DE' BARONI D' ALENA

 

    «Spettacolo doloroso ed acerbo è il mirare una vita umana troncata nel suo fiore! La gioventù e la morte sono cose tanto disformi e ripugnanti, che la loro unione ci parrebbe un evento mostruoso e incredibile, se non fos­simo avvezzi a vederla frequentemente. La consuetudine però addomesticando gli occhi e lo spirito alla mestizia di tal connubio, nol rende famigliare al cuore, il quale si sente angosciosamente stringere ogni qualvolta vede l'astro della vita ecclissarsi e svanire prima che sia giunto al mezzo del suo cammino». Questa spezie di rammarico poi tocca il colmo, quando manca un caro giovanetto, che aveva deste le più vive e meglio fondate speranze di arrecar lustro ed ornamento alle lettere ed alla patria. E giovane fiorente di liete speranze era senza dubbio Ferdinando d'Alena, la cui morte immatura mi preme l'animo; ed io, baciando la pietra che ne rinserra le ceneri, vi scrivo la breve storia non comprata delle sue virtù.

Frosolone nel Sannio gli fu cuna - Ei nacque a dì 18 giugno 1832 da Francesco de' Baroni d' Alena e dalla nobile Signora Elisabetta de Capoa. Come il suo cuore fosse educato ne' primi anni della vita non occorre dire, quando è noto che parenti siano i suoi. I quali conoscendo che la carriera delle nostre azioni comincia nella famiglìa, prima palestra di virtù, e la religione, secondo il Filosofo da Verulamio, è l'aroma che deve preservare i costumi e le scienze dal corrompersi: sì dettero con incessanti cure e più ancora con l’esempio, a formargli i costumi sulle leggi più sante della religione e della morale.

I semi affidati a vergine cuore dalla buona educazione sono di germoglio immortale. Epperò a nove anni il giovanetto, bello come un Angelo, aprì il suo cuore immacolato ad ogni virtù, e caldeggiò nell’animo l’amore verso Dio. E perchè chi si pregia d'amar Dio, d’amar l’u­manità, d'amar la patria, deve somma riverenza, sentita gratitudine, alto rispetto e gentile dimostrazione di tut­ti quei sentimenti, che inspira la religione, a coloro, pei quali è divenuto creatura di Dio, uomo, cittadino; egli amò fino al delirio i bennati genitori, e specialmente la pia e virtuosa madre, che gl'informò l'intelletto ed il cuore, instillandogli per tempo nell'animo quanto v'ha di più eccelso e gentile. E se la identità del sangue e la somi­glianza di molte abitudini tra fratelli e sorelle genera na­turalmente una forte simpatia, a distruggere la quale non si richiede meno che un orribile egoismo, Ferdinando d'A­lena amò svisceratamente i suoi fratelli e le sue sorelle.

Formato siffattamente il cuore del giovanetto tra le domestiche pareti, dove splendono purezza veramente illi­bata di costumi, non interrotto esercizio di religione e carità evangelica verso il prossimo, era d'uopo di educare il suo intelletto. E gli amorosi genitori di Ferdinando d'A­lena, sapendo bene che una nobile cuna non è per sè sola un titolo a meritare la pubblica stima, senza che si coltivi l'ingegno (come sciaguratamente opinava il padre di Cartesio), ma la scienza solamente è quella Diva benefica, che fa passare attraverso de' secoli la fama de' mortali, e li rende eterni; essi fermarono di mandare altrove il docile figliuolo, il quale stretti al seno i suoi cari ge­nitori, se ne svelse dolorosamente, e nel dì 28 ottobre del 41 bramoso di gloria entrava nel Collegio Sannitico. Non è a dire con quanto affetto ivi ponesse mano allo studio del­le amene lettere, nelle quali molto innanzi egli andò; ma come quegli che abbondava principalmente di vena specu­lativa, si rese chiaro nelle filosofiche e matematiche discipline. In tutti i pubblici esami il nostro giovine ottenne il plauso dell'universale; e premio di sua valentia nelle filosofiche scienze fu la medaglia d'oro. Non fu secondo ad altri nell’arti belle, ma sopratutto gli andò a sangue il disegno; e tra le molte figure delineate a vaghissime sfumature, le quali restano argomento di quanto ei potea in questa bella fra le arti, è degna di somma lode quella che ne rende le forme dell'angelico Gonzaga eseguita a pastello nero, ed ammirevole nella morbidezza dello sfumo. Nel Collegio l'ortodossia fu in lui sempre pura; e 'l germe di religione schietta e profonda locato dalla mano materna nel cuor di lui fin dal primo albore della ragione, si rese allora più fecondo per opera delle scienze speculative. Epperò non fu egli della schiera di tanti azzimati saccentuz­zi, i quali appena entrano nel santuario della filosofia (cui poco o nulla intendono) abbaiano contro il cattolicismo; e inanellando i loro mustacchi, sputano tondo, e gridano come lo stolto: non evvi Dio([1]): o tutto al più tengono la religione per un affetto solitario dell' animo, o una sempli­ce speculazione della mente, quasi che ella non debba in­formare tutte le nostre potenze, e possa concepirsi altrimenti che come un primo vero e un amore visibile e perpetuo sopra la terra. No; anzi la religione, la quale custodisce e giustifica il cuore, ed è apportatrice di letizia e di gaudio ([2]) vieppiù si fece donna di lui, a misura che ei venne incarnando la scienza del pensiero, la quale, secondo il bellissimo dettato di Bacone, quando è superficiale e sofistica mena all'ateismo; ma quando penetra oltre la buccia delle cose, e si mostra solamente amica magna­nima della verità, essa è la colonna di nostra religione ed il sostegno del cattolicismo. Conciossiacchè la religione e la filosofia sono - è vero - una dualità distinta, ma unita e ac-cordante, perchè ingenerata da un solo principio, cioè dal-l'atto creativo. Perciò le due cose sono distinte, ma inseparabili: diverse, ma analoghe; consonanti. ma non unisone, e insieme conglutinate, senza mischianza e confu­sione di sorta; e chi tra loro induce divorzio le tronca, le altera, le rende inerti, mutila l'opera divina, contraddice alla Provvidenza, e introduce lo scisma nel seno medesimo dell'azione creatrice. Guai a coloro che scompagnano con ardita sofistica la religione dalla scienza del pensiero!

Compiuti i filosofici studi, la vita del giovine scorreva placidamente tra i sublimi diletti che le scienze e l'arti belle danno a' cultori delle medesime. Emulo, ma non invidioso, nutrì per tutti i giovani del Collegio sincera amicizia, la quale, essendo il bello ideale della fratellanza, dà all' anima un certo che di poetico, di sublimemente forte, senza di cui difficilmente si eleva al disopra del fangoso terreno dell'egoismo. Ei sentì sempre vivo questo nobile affetto, quest’arcana simpatia, la quale è il vincolo che unizza il nostro genere nella successione de' secoli, introduce fra i suoi vari membri un legame di continuità, e ne fa come un solo individuo. Bello della persona, a di­ciassette anni un secolo di sanità e di vita stava sculto nel­la vigoria dei suoi muscoli, nel rigoglio de' suoi movimenti, nella limpidezza del suo sangue. Ma Dio accen­na: ed al suo cenno ecco tornare in polvere l' animata argilla ..... Era il dì 15 aprile del 49. Il giovanetto sì vi­goroso e leggiadro cadde infermo; ed il male inemendabile, che poscia l'estinse, gli ebbe penetrato talmente le ossa e le midolle, che egli a dì 30 maggio dello stesso anno fu astretto di abbandonare tra le lacrime il Sannitico Collegio, e tornare agli amplessi de' suoi cari. Nella patria il male infierì e vani tornarono i rimedi della medica ar­te. «Il male del giovine era indefinibile, perchè, consi­stendo nelle più riposte fonti della vita, era, come la vita stessa, inesplicabile. Le ossa si rammollivano e disfacevano l'un di più che l'altro, e negavano il loro ancorchè debole sostegno alle misere carni che le ricoprivano. Le carni stesse dimagravano e isterilivano ogni dì, perchè i visceri del nutrimento ne rifiutavano loro l'assimilazione.»

Il giovine a passo lento camminava verso il sepolcro; e nella disperazione d'ogni umano rimedio, i genitori sconsolati si posero in cuore di mandarlo a Napoli, nella fidan­za che la dolcissima terra della Sirena avesse potuto rifiorirlo di salute. Non fu egli già duro, o indocile al loro affetto; e benchè insino alle lacrime dolentissimo, a dì 10 maggio del 51 si divise da' suoi cari, e si avviò per alla volta della Metropoli. Quivi giunto è incredibile a dire quan­to si confortasse e ricreasse. L'olezzo dei fiori, il cielo sempre ridente per limpidissimo azzurro, i soli tepidi e qua-si orientali dell'inverno, le profumate aurette che carez­zano la marina, la salubrità squisitissima dell'aria gl'in­fusero a prima giunta un nuovo raggio di vita; tal che nell'ebbra stupefazione di quell'aure odorose ed incantatrici rinasceva nel cuor di lui la speranza di vedere sconfit-to il terribile morbo, che gli avea sfrondato il fiore della bella giovinezza, e minacciava ad ora ad ora di gittarlo nel sepolcro. Vana speranza! Iddio aveva scritto nel suo regi­stro adamantino che morte innanzi tempo togliesse di vita il verecondo giovanetto .... e la sillaba di Dio non si can-cella. Tutti i consigli de' più gravi e sperimentati medici che onorano la patria di Cirillo, fra i quali l'aureo Ramaglia, cara gemma del nostro Sannio, tutti i più vigorosi ed estremi partiti della scienza; come pure le balsamiche acque d'Ischia, non valsero a fermare, o a pur mitigare l' improba mano dell'inesorabile morbo, che veniva spietatamente distruggendo uno de' dilicati lavori della natura. Valicato per un gran mare di dolore un anno e tre mesi nella bel­la Napoli, con la disperanza di più riaversi; e vedendo tutto il misterioso circolo della vita, che a grande stento si movea, fermarsi a poco a poco; desiderò di far ritorno fra i suoi cari, e di chiudere le pupille fra le braccia dell'affettuosa genitrice, cui tanto amò; sicchè nel giorno 10 agosto del 52 estenuato di forze, disformato e col pallor della morte sul sembiante ricalcava la soglia della casa paterna. Quivi l'efficienza malefica dell'incognita ed insanabile malattia più fiera mostrossi, e lo aggravò siffattamente, che empì i desolati genitori di spavento. Ei solo, come termine di una lotta crudele ed atroce, vedea la morte con indifferenza, anzi con gioja ineffabile, perchè la religione lo avea reso tetragono agli aculei del dolore; perchè i dolo-ri del corpo acquistano in chi li soffre una certa sovrumana dolcezza, quando sono conditi e sublimati dagli affetti del Cielo; perchè le anime de' giusti sono in mano di Dio, e non li tocca il tormento di morte ([3]). Era il dì 21 novembre del 52. Il giovine non più sentendo sotto la mano battere il suo cuore, comprese di es­sere all'orlo estremo della vita, in cui ogni cosa terrena si obblia. Non paventò, ma con fermo animo e con occhio tranquillo vedendo avvicinarsi la morte, si volse tutto ai supremi conforti della religione, la quale avea sempre avuta compagna de' suoi pensieri, complice delle sue speranze e alleviatrice de' suoi mali. Chiese la paterna benefizione; e la mano de' mestissimi genitori, che dirottamente piangevano, si posò sul capo del morente, e lo benedisse. Nell'ultimo istante volse un debile sguardo ed una imma- di nostra Donna, la cui Presentazione al Tempio celebrava in quel giorno Santa Chiesa; e dopo tre anni e sette mesi di fierissimo sereno patire, rese sorridente l' im­macolato spirito al suo Creatore.

Così visse e così morì Ferdinando d'Alena, il quale, se mancato non fosse nel fiore degli anni e delle speranze, sarebbe stato il decoro e l'ornamento della patria sua. Ma la Provvidenza con un consiglio pieno di misericordia lo ha tolto innanzi tempo alle dolcezze della vita, affinchè la malizia e la seduzione non avessero indotto l'anima di lui in errore ([4]). Stagionato egli in breve tempo compì una lun-ga carriera, conciossiacchè era cara a Dio l'anima di lui; per questo si affrettò di trarla di mezzo alle iniquità ([5]); e Dio, dopo di averIo provato, come oro nella fornace, lo ha ricevuto come vittima di olocausto ([6]). Noi intanto cur­viamo la fronte innanzi a' giudizi imperscrutabili di Dio, e spargiamo lagrime e fiori sulla tomba dell' estinto.

 

Florindo Canonico Battista

       Dottore in S. Teologia

 

 

 

 

 

 

 

 

ALLA CARA MEMORIA

 DI

FERDINANDO DE’ BARONI D’ALENA

ODE

 

 

Come dal verde cespite

Reciso un bianco fiore,

Vizzo, sfrondato e pallido

Langue e calpesto muore:

Così cadesti ... Oh lasso!

Freddo, funereo sasso

ti covre ... e non sei più!

 

Oimè! dov'è quel candido

Fronte, e 'l rosato viso,

E la pupilla vivida

Raggiante d'un sorriso?

Oh! dove, alma gentile,

Degli anni tuoi l'aprile,

Dove la gioventù?

 

Tutto sparì, qual soffio

Di vento passaggero;

O come fugge rapido

Un sogno del pensiero.

Tu fosti! ... e agli occhi miei

Or fango ed ossa sei

Nel fiore dell' età.

-10-

 

Così ritorna. in polvere

Ogni mortale aspetto,

Che, innanzi quasi angelico,

Divien schifoso, abbietto:

E l'urna, alla sua vista

Sì spaventosa e trista,

Tutto tremar ci fa.

 

Ma tu ridente, impavido

Cangiasti con gli oscuri

Silenzi della gelida

Tomba i tuoi dì futuri:

E con giocondo aspetto

Lasciasti il patrio tetto

Per sempre nel dolor.

 

Nè più dalla tua polvere

Farai qui lieti un giorno

I cari tuoi, che piangono

Al tuo sepolcro intorno.

E spargono sull' urna

Nell' ora taciturna

Freschi e vermigli fior.

 

Ve' la tua madre pallida,

Che in mezzo all'aspre pene

Consunta dalle lacrime,

Al suoI procombe ... , e sviene.

Squarciata dal dolore,

Piange il reciso fiore

Della tua verd'età.

 

-11-

 

E 'l vecchio padre stracciasi

L'augusto crin canuto;

Chè nell'età più tenera

Per sempre ei t' ha perduto.

Tristo, affannato e stanco

Al dì crescente e al manco

Di te parlando va.

 

Ahi! misero tra miseri

Di pianto il ciglio allaga;

Quand'ei contempla, o giovine,

Te nel gentil Gonzaga.

Tu co' color gli desti

La vita, e gl'imprimesti

Gli affetti del tuo cor.

 

Ch' alma pudica, ingenua

Al par di Lui nel petto

Chiudevi, è in cor bolliati

Immacolato affetto.

E dolcemente in viso

A te brillava il riso

Di vergine candor.

 

L' aura de' tuoi santissimi

Costumi intorno oliva:

Il fasto e la superbia

Dagli occhi tuoi fuggiva.

E'l temerario orgoglio

Non mai formossi il soglio

Nell' alma tua gentil.

 

- 12 -

 

 

Ma, di splendor patrizio

Sdegnoso, con amore,

Alla virtù, alla gloria

Solo schiudevi il core.

E volto a nobil segno

Il luminoso ingegno,

Eri modesto, umil.

 

Talchè sembravi un Angelo

Chiuso in caduca argilla.

Di crudo morbo il calice

Fino all' estrema stilla

Acerbo, invitto fato,

O caro sventurato,

Sovra il tuo sen versò.

 

Eppur festante, intrepido

In mezzo al tuo màrtiro

Tu fosti ... e sciolto un tenue

Dolcissimo sospiro, 

Ai genitori accanto

Chiudesti il viver santo,

E l' alma al Ciel tornò.

 

Non dura in questo esilio

Angelico intelletto.

E tu passasti celere,

O vago giovanetto;

Chè la terrena sfera

Degna di te non era:

Era tua patria il Ciel.

 

-13-

 

 

Addio! diletto giovine,

Tolto all' età fugace.

Pace al tuo spirto angelico,

Al cener tuo sia pace.

Prega de' Santi il Santo

Per me che fìori e pianto

Spargo sul muto avel!.

 

Florindo Canonino Battista

 

 

 

 

 

 

 -14-

 

 

 

ALLO STESSO

 

Poiché di giovinezza il vergin fiore

Morte recide, e la più bella speme

Innanzi tempo ne rapisce; il core

Amaramente piange e si contrista:

Chè di leggiadre fantasie, di veri

Magnanimi feconda è giovinezza,

E d'opre eccelse sovrumane – E Roma

Il seppe, e Grecia; e Italia il sa, cui d'ogni

Gloria leggiadra, e d'ogni bella impresa

Dono facea l'ardita gioventute.

E l'armi fere, onde ancor pave e trema,

Se le rammenta, il domito Emispero;

E i canti, il foro, le colonne, gli archi,

Le tele, i simulacri, ond'eran fatte

Appo le genti e gloriose e chiare,

Venian da mani giovinette e care

 

Era pertanto de' vegliardi primo

Supremo studio delle giovin menti

La cura, e a grandi memorande cose

Volger quell'alme - E la Spartana intese,

E la madre latina a farli egregi

Fin dalla cuna - E quando acerba morte

Pel suol natìo, pe' dolci lari in guerra

Li sospingeva al Tartaro, piangeva

E Grecia e Roma, e si covrian di lutto.

Era quel giorno sconsolato, amaro,

Indizio di sventura inaspettata!

Irati i patri Numi, il Cielo irato

Allor pareva, e gli Astri, e la Natura;

E d'ostie sacre, e d'odorati incensi

Fumavano gli altari, e sacri carmi

Eternavan quei prodi in bianchi marmi.

 

- 15 _

 

 

 

E noi? Di vitupero e di vergogna

Fatti codardo esempio, e di viltate,

Noi turpemente immemori degli Avi,

A somiglianza di spregiato armento,

Seguiam le voglie di costume insano!

E nelle fasce, e nella verde etade

Spregiam la piu leggiadra e cara speme,

Onde la patria attende ogni suo bene.

O se matura, e bella, e gloriosa

Onora per virtude il patrio nido

La contristiam, noi nella tomba oscura,

«Ove non pietra sorge, nè parola»

La sotterriamo! O tempi antichi, o cari

Tempi di gloria, il nero oblìo vi covre;

E non fia mai che vi riveggia il Sole,

Finchè spregiam la giovinetta prole!

 

Pur fra cotanto strazio, e tanto affanno,

Siccome fior che solitario spunta

Sovra infeconda landa, e tutto intorno col grato odore il diserto consola,

Tal tu crescevi sventurato e caro

In quest'arida terra; e all'arti belle,

Al dolce e chiaro dì Sapienza lume

La bell'alma volgendo e il cor gentile,

Ne rallegravi di speranza il petto!

Ma in sul fiorir della più bella etade

Da lento morbo travagliato, il dolce Ameno incanto, le lusinghe prime

Di quell'età, che tutto abbella e infìora Vedevi sconsolarsi; e nell' istante

Che il vivere per te volgea più bello,

Ti raccogliea lo sconsolato avello.

 

 

 

-16-

 

Pari in duolo a quel divo, onde l' Italia

In suo sermone il greco canto udia,

E la solenne dignità latina

Nell' Itala parola rifiorita;

Cui fu natura indomita nemica,

Ed il dolor compagno, e la sventura;

Unico e caro all'età nostra esempio:

Chè core, e mente sovrumana in terra

Non sorge, o dura se d'affanni, e mali

Non fia spettacol miserando e nuovo!

Tal fu di te; tal fia d'ogni alma bella,

Che solitaria pellegrina in terra!

E questo è a noi conforto, o sventurato,

Caro infelice, che leggiadro spirto,

Poichè si solve dal corporeo velo,

Torna a bearsi eternamente in Cielo.

 

Però da quella che t'accoglie e inciela

Spera di luce, a noi rivolgi il ciglio

E a questa terra neghittosa ov'ozio

E sonno ingombra le affralite menti;

Che in giochi vergognosi si trastulla,

Che si consuma d'odio, e di vendetta,

A vil guadagno, e solo all' oro intenta;

Ignara d'arti, e di magnanim' opre,

E di leggiadri studi, e di sapienza.

Tu dalla usanza rea, dal turpe oblio,

Nov' angioletto la ridesta, e in core

Tu pio le accendi l' immortale affetto,

Che a grandi cose è sprone; acciò si levi

Dalla spregiata, fetida belletta,

Ov'ella poltre, e si rivolga al vero;

Sì che a grand'opre agogni in suo pensiero.

 

 

Giuseppe Canonico Vago

 

 

(mancano le pagine da 17 a 24)

 

-25-

Gli favellavi dell' eterne cose,

E del Signor, che tutto agita e crea,

Ch'ei pel cammin del Cielo il piede pose.

Ed ei quaggiuso un Angelo parea;

E in Dio rapito il suo bel cor di santi

Religiosi palpiti battea.

Oh! come, o donna,' al caro viso innanti

Del giovine diletto il tuo materno

Cuore balzava di letizia ! .. oh quanti

Angelici desir! .. quante all' Eterno

Preci volgesti per l' amato figlio,

Chè saldo ei fosse contro il crudo Averno!

E al Ciel tornasse dal terrestre esiglio

Innocente qual venne, intatto al Nume

Serbando il verginal candido giglio.

E Dio t'udiva, e angelico costume

L'alma adornò del giovine gentile,

Che aprì la mente della scienza al lume.

Quindi in dolcezza a te tutto simìle

Infiammossi del Bel, del Buon, del Vero

Degli anni suoi nel più ridente aprile

Ei fu sobrio, leal, casto, sincero

Per te, sola per te, che lui traesti

A celeste santissimo sentiero.

Nell' aspra pugna del dolor tu desti

A lui coraggio, ed inclita costanza,

Che alleggia dalla doglia il cor de' mesti.

 

-26-

 Oh benedetta! oh cara vigilanza

Del cor materno, che soave india

E leva i figli a nobile onoranza!

Nella più verd'età così fioria

Il prode giovanetto a te daccanto

Tutto gioia, innocenza e leggiadria.

E tal dagli occhi tuoi suggeva incanto,

Che a lui sembravi, o mesta genitrice,

Diva ravvolta nel terreno ammanto.

E al guardo suo per te questa infelice

Scena del mondo gli sorrise in vista

Di paradiso, e fu per te felice.

Tutto cangiossi, in un momento! .. e trista

Ti veggo, o donna; e la tua rea sventura

Mi sforza al pianto ed il mio cor rattrista.

Ah! in mezzo al quinto lustro un' immatura

Morte crudele t' ha rapito il figlio,

Che te beava in questa selva oscura.

Ei si letizia in Ciel; ma in questo esiglio

Te nel pianto lasciò, dal suo terreno

Carcere uscendo e dal mortal periglio.

E tu ti squarci per la doglia il seno;

E 'l crin ti stracci, e disperatamente

Alle lacrime tristi allarghi il freno.

E piangi, come tortora dolente,

La bella giovinezza e 'l vago fiore

De' suoi poveri di, che sì repente

 

-27-

Cadde reciso con crudel furore

Dall' empia morte; e in bruna vesta: avvolta

Sospiri, e con la man ti stringi il core.

Caduta è la tua gloria; e in pianto è volta

Ogni tua gioia: e misera qui sei,

Chè ogni dolcezza di tua vita è tolta.

E ben ti duoli, e ben con tristi omei.

Bagni di calde lacrime le guance ...

Folle! che dissi? No ... piagner non dei:

Perchè se libri omai con equa lance

Le cose di quaggiù, tutto è sozzura,

E l'altre cose son fallaci ciance.

Al giusto, o cara, il vivere è sventura,

Grazia il morir; chè all' anime gentili

La morte è fin d'una prigione oscura.

Han poca gioia del sepolcro i vili;

Ma innanzi al ferro della Parca irata

Ridon l'alme magnanime virili.

E del tuo figlio l'anima: beata

Di gioia sfavillò nell' ultim' ora,

Chè al Ciel reddìa, qual giglio, immacolata.

Pon freno adunque al duol che sì t'accora:

I lunghi affanni dal tuo petto sgombra:

Chè un bel morir solo la vita onora.

Se acerba doglia il seno ancor t'ingombra,

Pensa che l' alma sol non può morire;

Il resto è vanità ... polvere ed ombra.

   

- 28-

 Ma eterno è il figlio: eterno è il suo gioire.

Guarda il suo capo d'un bel serto adorno,

Cui di morte la man non può rapire.

Ei lieto. in grembo a Dio fece ritorno,

Chè in questa valle perigliosa, oscura,

Di rea nequizia e d' empietà soggiorno,

» Cosa bella mortal passa e non dura.

 

                                    Florindo Canonico Battista

 

 

FINE

 

 

([1]) Salm:13.

([2]) Ecdesiast: cap: 1.

([3])  Sapien: cap:5.
([4]) Sapien: cap:4.
([5])  Idem: cap: 4
([6])  Idem: cap: 5