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STORIA ED EVOLUZIONE DI UNO STEMMA:

L'ARME DELLA FAMIGLIA D'ALENA

 

di ALFONSO DI SANZA D'ALENA

(articolo pubblicato il 20 agosto 2017)

 

La presenza della famiglia d'Alena in Molise è attestata verso la fine del XVI secolo. Gli ascendenti dei due rami baronali, di Vicennepiane e di Macchia d'Isernia, originatisi verso la metà del XVIII sec., vivevano a Frosolone. Alla prima metà del '700 risalgono anche le prime testimonianze di stemmi araldici utilizzati dalla famiglia. Confrontando questi reperti con altri più recenti, risultano con evidenza le modifiche apportate, nel corso degli anni, all'arme gentilizia, arricchitasi di elementi ulteriori rispetto a quelli originari. Le raffigurazioni araldiche prese in esame provengono da alcuni di quei luoghi dei quali i d'Alena detennero la titolarità feudale, e cioé Macchia d'Isernia e Vicennepiane. Ulteriori testimonianze di stemmi, eventualmente presenti altrove, ci sono per ora sconosciute.

L'esempio più antico di stemma è scolpito su una pietra che adorna una fonte all'interno dell'ex feudo di Vicennepiane, ed è databile alla prima metà del '700, epoca in cui i d'Alena ne acquisirono la titolarità (1733). L'esposizione agli agenti atmosferici (la fonte si trova all'interno di una foresta, ad un'altitudine di m 1200 ca.) ed il trascorrere del tempo, ne hanno affrettato il deterioramento, per cui le figure scolpite sulla pietra non risaltano con immediata evidenza, ma è tuttavia ancora possibile identificarle e descriverle.

Lo scudo appare sagomato (forma utilizzata soprattuto nel XVII sec.), ed è sormontato da una corona con tre fioroni. Le figure all'interno del campo sono: tre stelle di 4 punte (capo dello scudo); un'aquila in volo (figura centrale); tre monti all'italiana (punta dello scudo).

Stemma in pietra posto su una delle fonti dell'ex feudo Vicennepiane, ubicata in località Pezzamurata (foto Alfonso di Sanza d'Alena, 2017)

Questo stemma, appartenente al ramo dei d'Alena baroni di Vicennepiane, è simile agli altri esistenti a Macchia d'Isernia, feudo che i d'Alena acquisirono pochi anni dopo il primo, e precisamente nel 1748. Capostipiti dei due rami furono i fratelli Domenicantonio (Vicennepiane) e Nicola (Macchia d'Isernia): il legame di sangue spiega l'identità dei simboli utilizzati.

A Macchia d'Isernia esistono almeno due esempi di stemma riconducibili alla famiglia d'Alena: il primo, che ritengo più antico, è dipinto sull'atto d'investitura del feudo, datato 1748, e può essere così blasonato: d'azzurro all'aquila d'argento in volo ad ali spiegate, sormontata da tre stelle d'oro di otto punte, ed in punta da tre monti all'italiana (di verde? al naturale?); lo stemma è timbrato da una corona con 5 fioroni visibili. Lo scudo è del tipo accartocciato tipico del XVII secolo. L'altro, invece, è scolpito su un portale adiacente al castello. Le figure sono sempre le stesse: tre stelle, l'aquila con le ali spiegate, tre monti all'italiana. L'unica differenza è rappresentata dal numero delle punte delle stelle (che sono sei anzichè otto) e dall'aquila che è posata sul monte centrale, anziché essere in volo. Anche qui troviamo la consueta corona che, però, mostra solo tre fioroni. Non conosco la datazione esatta di questo stemma ma ipotizzo che possa trattarsi di un periodo compreso tra fine Settecento ed inizio/metà Ottocento.

Stemma dipinto sul documento d'inivestitura del feudo di Macchia d'Isernia (1748 - Archivio privato de Iorio Frisari d'Alena)

Stemma scolpito su portale adiacente il castello di Macchia d'Isernia (foto Alfonso di Sanza d'Alena, 2010)

Se a Macchia d'Isernia non si conoscono testimonianze di stemmi modificati rispetto all'originale, lo stesso non può dirsi per San Pietro Avellana (paese nel quale, agli inizi del 1800, si trasferì il barone Domenicantonio d'Alena, e nel cui territorio si trovava il feudo di Vicennepiane).

Vicennepiane si estendeva su una vasta superficie nella quale erano disseminate diverse masserie oltre ad un edificio a forma di palazzotto, ubicato in una delle zone più elevate, denominato casino d'Alena. In una di queste masserie si trovava uno stemma, conservato oggi dagli eredi di Lorenzo d'Alena, che mostra un'evidente differenza rispetto allo stemma originale. Si conservano alcuni elementi: le stelle che, però, aumentano di numero (da tre a cinque); l'aquila con le ali spiegate (che non è in volo ma posata). Ne vengono inseriti di nuovi e precisamente, al posto dei tre monti troviamo due leoni affrontati che reggono quello che sembra un tronco, ma soprattutto vengono inseriti all'interno dello stemma simboli propri della dignità ecclesiastica (mitria e pastorale) e della carriera militare (la lancia, la faretra, ecc.). Della corona è ben visibile solo il cerchio, al di sopra del quale sembra verosimile interpretare ciò che resta, come residui di fioroni che dovevano essere in numero di 5 o 6. I riferimenti a questi simboli sono compatibili con i titoli di dignità ricoperti da diversi membri della famiglia, sia nella Chiesa che nelle armi. Ciò che lascia perplessi è il colore rosso che pervade indistintamente tutte le figure. Probabilmente è stato usato al solo scopo di far risaltare meglio le figure sul campo, cosa che sarebbe stata difficile se entrambi avessero conservato il medesimo colore bianco.

Stemma rinvenuto nella masseria di proprietà di Lorenzo d'Alena, nell'ex feudo Vicenenpiane Disegno di stemma inviato dal barone Domenicantonio d'Alena alla Consulta Araldica del Regno (primi anni del '900) per il riconoscimento dei titolo nobiliare

E' probabile che le modifiche furono apportate da Domenicantonio d'Alena, che fu anche ufficiale dell'esercito borbonico (e questo spiega l'inserimento dei simboli riferiti alla carriera militare) e che aveva un fratello, Filippo, abate della badia di S. Maria del Monte Carmelo in Frosolone (e ciò giustifica la presenza delle insegne della dignità ecclesiastica). Inoltre fu il primo barone di Vicenenpiane a risiedere stabilmente in San Pietro Avellana, stabilendosi nell'ex palazzo abbaziale (rientrante nella giurisdizione di Montecassino, ed abbandonato nel 1806 dal padre rettore D. Saverio del Balzo che temeva le intemperanze dei soldati francesi, che allora occupavano il Regno delle Due Sicilie) e questo avrebbe potuto indurlo a commissionare un nuovo stemma apportandovi, nell'occasione, le suddette modifiche. Sarebbe pertanto verosimile datare questo stemma ai rpimi anni del 1800, perido che coinicide col trasferimento della famiglia a San PIetro Avellana.

All'inizio del 1900, altro Domenicantonio d'Alena chiese la ricognizione del titolo baronale alla Consulta del Regno d'Italia. Nel fascicolo (n. 3192, Archivio Centrale dello Stato, Roma) è contenuto il disegno dello stemma, che ricalca esattamente la composizione del precedente, sebbene il tronco sul quale poggia l'aquila assume la connotazione di una colonna. Il documento, purtroppo, non è a colori ed è privo di blasonatura.

L'evoluzione successiva, è rappresentata dallo stemma esposto sulla cappella esistente nel cimitero di San Pietro Avellana, edificata negli anni venti del secolo scorso, da Salvatore d'Alena. Vengono conservate le figure principali (stelle, aquila, leoni), il sostegno che regge l'aquila assume definitivamente l'aspetto di una colonna, ma l'originalità dello stemma sta nel fatto che alla scomparsa delle insegne di dignità, ecclesiastica e militare, si accompagna l'introduzione di cinque frecce che vanno a conficcarsi sul dorso del leone di sinistra (s'intende la sinistra araldica, che corrisponde alla destra di chi guarda lo scudo). La corona mostra chiaramente cinque fioroni visibili. Il motivo di questa modifica è ignoto, tuttavia questo è l'unico esempio di stemma della famiglia d'Alena ancora esposto in luogo pubblico. 

Stemma esposto sulla cappella dei coniugi d'Alena-Testa nel cimitero di San PIetro Avellana

oggi di proprietà della famiglia di Sanza-d'Alena

 

L'idea di far realizzare una copia a colori dello stemma, comportò la necessità di attribuire degli smalti alle figure ed al campo dello scudo. Decisi, pertanto, di attribuire al campo il colore azzurro (che resta così quello dello stemma d'origine), e per rispettare una fondamentale regola araldica, che non permette di sovrapporre colore a colore, di rappresentare le figure con un metallo (oro o argento); l'oro fu utilizzato per l'aquila ed i leoni; l'argento per gli astri e la colonna. Forse sarebbe stato più opportuno invertire i colori, conservando l'oro per le stelle e l'argento per l'aquila (come nello stemma a colori di Macchia d'Isernia), ma considerato che i due blasoni hanno assunto ormai connotazioni diverse, ritengo che questa puntualizzazione non sia determinante. Esempi di questo tipo di stemma, sono stati realizzati da disegnatori araldici negli anni 2007-2014.

Disegno realizzato dallo Studio Araldico Pasquini

Disegno realizzato da Michele Tota di Altamura

Un discorso a parte merita lo stemma di cui chiesi la registrazione agli uffici aradici del Regno di Spagna. In seguito agli eventi che portarono il mio ramo, diretto discendente ed unico erede del barone Giuseppe d'Alena, a mutare cognome, e ricorrendo il centenario di tale irreversibile evento, decisi di chiedere il riconoscimento di uno stemma registrato col nome attuale della famiglia, che riprendesse solo alcuni elementi dello stemma esposto sulla cappella di famiglia (l'aquila), ne modificasse altri (la croce gigliata al posto delle stelle), ed invertisse i colori del campo con quelli delle figure principali. Il riconoscimento e la registrazione, rilasciata dall'ultimo Cronista Re d'Armi di Spagna, D. Vicente de Cadenas y Vicent, porta la data del 9 aprile 1997 (il visto del Ministerio de Justicia, la data del 18 aprile 1997).

In questo modo, però, sussistevano due diversi stemmi in capo al medesimo titolare, il che rendeva necessario scegliere, tra i due, quale utilizzare in futuro. Scelta non facile perché da un lato volevo salvaguardare e trasmettere la memoria dello stemma della famiglia d'origine, dall'altro non volevo rinunciare ad una realizzazione che avevo curato personalmente nei minimi particolari, ciascuno dei quali aveva, per me, un particolare significato. La soluzione la fornì la stessa disciplina araldica: uno scudo inquartato nel quale viene data la precedenza allo stemma antico (rappresentato nei quarti 1° e 4°) accanto al quale viene posto quello da me rivisitato (rappresentato nei quarti 2° e 3°). Vengono aggiunti elmo, lambrecchini e cimiero, come risultano dalla certificazione spagnola. La prima rappresentazione dello stemma del "nuovo millennio" fu curata da uno dei maggiori illustratori araldici italiani, Cav. Marco Foppoli, che nel 2008 lo realizzò sotto forma di ex libris.

Stemma Ex libris realizzato da Marco Foppoli (2008), nelle due versioni al tratto ed a colori

Allo stemma, però, mancava ancora qualcosa che fosse in grado di fondere inscindibilmente le due versioni, antica e "moderna", e di riassumere gli eventi del passato che portarono i rappresentanti di una stessa famiglia ad assumere definitivamente un nome diverso da quello d'origine. La soluzione fu trovata nel 2016, con la scelta di un motto, elemento esterno allo scudo araldico, normalmente posto su una lista bifida al di sotto dello stesso, che esprimesse il concetto che un nome può cambiare, ma il sangue non muta: AMISSO NOMINE GENERE SERVATO.