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A V V E R T E N Z A:

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Sommario

1.1. Tradizione orale e memorie storiche;  

1.2. Trasferimento della famiglia in Molise; Frosolone tra '600 e '700;

1.3.  Cappellania di S. Maria del Carmine;

1.4.  Testamento di D. Giuseppe d'Alena e sue conseguenze;

1.5.  Presenza della famiglia d'Alena nel contesto sociale di Frosolone tra XVII e XIX secolo. Le alleanze matrimoniali;

1.6.     Donato d'Alena e la sua discendenza. vicende del ramo cadetto rimasto in Frosolone;

1.7.  Pasquale d'Alena ed i fermenti liberali di metà '800;

2.
Il ramo dei d'Alena baroni di Macchia d'Isernia

3.
I documenti conservati nell'Archivio di Stato di Foggia

4.
Domenico Antonio d'Alena, capostipite del ramo di S. Pietro Avellana

4.1.  Discendenti di Federico d'Alena, dalla fine del XIX secolo ad oggi;                         

4.2. I discendenti di Giuseppe d'Alena: il ramo di Sanza d'Alena;

4.3. Altri rami;

4.4 I d'Alena di Limosano

5.
Succesione nel titolo di Barone di Vicennepiane, S.Martino, Bralli e S. Giovanni Montemiglio

Abbreviazioni

(in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio si chiede di voler gentilmente indicare la fonte)

Origini della famiglia e suo sviluppo dal sec. XVII al XIX

1.1.         Tradizione orale e memorie storiche. 

Molte famiglie hanno uno o più personaggi, spesso leggendari, ai quali la tradizione ed i racconti, tramandatisi di generazione in generazione, fanno risalire le proprie origini.

Anche la nostra non sfugge a questa semplice regola. Il leggendario capostipite sarebbe vissuto attorno all’anno mille, ed avrebbe creato la fortuna della famiglia compiendo memorabili gesta al servizio di qualche re o imperatore.

Questo racconto ha in realtà un fondamento storico: infatti nel XIII secolo è realmente esistito un simile personaggio con il cognome de Alena.

Mattheus de Alena,  nel 1269 ebbe restituiti, per volontà di Carlo d’Angiò, i beni che gli erano stati sottratti, gli venne affidata, nel territorio salernitano, la custodia del castello di Valva[1] e gli fu concesso il feudo di Campora (Cfr. P. Ebner - Economia e società nel Cilento medievale, pag. 257). Successivamente Mattheus (anche Matthieu) restituì alla curia il castrum di Valva in cambio di altri beni feudali intorno Salerno, per i quali era tenuto a rendere i 3/4 del servizio d'un cavaliere (cfr. Le eredità normanno-sveve nell’età angioina. Centro di studi normanno-svevi, Università degli studi di Bari. Edizioni Dedalo, pag. 128 e nota n. 177). Pietro Ebner, nel suo libro Chiesa, baroni e popolo nel Cilento (pagg. 615-616), riferisce che Matteo d'Alena era milite e familiare del re, il quale gli concesse oltre il feudo di Campora, anche quello di Sicignano (cfr. registri angioini: Reg. 1271, D, f 18 t = vol. III, p. 16, n. 100 Matheo de Alena, mil. fam. concessio terrarum Siciniano et Campore), così come i castelli di S. Gregorio (già in possesso del milite Egidio di Blemur) e di S. Nicandro, nel giustizierato di Principato (v. P. Ebner, cit. pag. 535 e Reg. 18, f 95 t, = vol. 11, p. 125, n. 154).

Circa dieci anni dopo, il nome di Matteo è presente nell’elenco dei baroni del regno, contenuto in documenti provenienti sempre dalla cancelleria angioina, che costruirono e misero a disposizione del re Carlo delle navi da guerra: “(…) Mattheus de Alena teridam unam et vacettam 1 similiter cum Milone de Galatho habenti terram in capite de quo scriptum est  Iustitiario Regionis Herberto de Aureis teridam unam et vacettam unam (…) [2]. Probabilmente la teridam, menzionata nel documento, era una “tartana”, un piccolo veliero da carico.

Altri documenti, di poco successivi, documentano l'esistenza, sempre nel XIII secolo del miles Maynus de Alena, che appare nell'Elenco stilato in seguito alla Executoria del 26 dicembre 1292 ordinata da Carlo d'Angiò per accertare i singulis baronibus et feudatariis della Provincia di Principato. In quest'elenco (trascritto ne I Registri Angioini, vol. XLII, anni1268-1292, pagg. 29-30) tra i cinquantacinque nomi, appare anche quello di Maynus de Alena, tenuto al pagamento di unicie 2 per il possesso di beni feudali. Il merito della scoperta di questa notizia, va riconosciuto all'amico March. Roberto Celentano, che l'ha rinvenuta nel corso di ricerche eseguite sul Codice Diplomatico Barese. Anche l'Ebner (Chiesa, baroni e popolo nel Cilento) riferisce di Mayno d'Alena, quale successore di Matteo nel feudo di Sicignano. In qualità di signore di Sicignano, Maino appare nei documenti (Reg. 21, f. 248 = vol. XII, p. 79, n. 276) dell'epoca a causa di una lite insorta tra lui ed il monastero della SS. Trinità di Venosa per il possesso del casale li Vignali (casale Vinealis), che il re ordinò, venisse restituito al monastero. A quanto pare, il giustiziere di Principato tralasciò di occuparsi della questione, poiché nei Registri, compaiono ben tre solleciti reali a riguardo (1. Reg. 29, f. 199 t = vol. XIII, pag. 294, n. 330: il giustiziere del Principato non ha ottemperato agli ordini impartiti. Si parla di Marini de Alena dom. Siciniani. Si rinnova l’ordine. 2. Reg. 29, f. 206 = vol. XIII, pag. 295, n. 333: il re ordina al giustziere non pemictatis eodem Abbatem et hominis […] ad eodem Marino contra iustitiam molestari. 3. Reg. 54, f. 95 t  = vol. XIII, pag. 216 , n. 101: Rex mandat ut Mayno de Alenia, dom. Siciniani, casalem vinealium monasterio venusino  restituat). L'Ebner, infine, individua come successore di Matteo o di Maino de Alena, Balduino, signore di Sicignano e S.Gregorio nel 1273, il quale sposò in seconde nozze Margherita d'Alemagna, signora di Manfredonia, figlia di Guido, dalla quale ebbe Giovanni ed Andrea (+ 1404, vescovo di Melito). Giovanni, sposò nel 1335, Giacobella o Iacopella Gesualdo (cfr. E. Catone, La famiglia d'Alemagna, pag. 25 e segg. - tuttavia E. Catone identifica Matteo, Maino e Balduino, signori di Sicignano, con il cognome Lagni, anzichè de Alena) ebbe come successore nei feudi di Sicignano, Romagnano, Palo ed altri casali, il figlio Pietro (forse cognato del conte di Brienza, Petraccone Caracciolo), che fu colpito con l'avocazione dei beni in quanto dichiarato ribelle.

L'uso del termine miles o milite, non deve trarre in inganno e far ritenere che Matteo e Maino fossero dei semplici cavalieri. La titolarità dei loro feudi, infatti, deriva dall'iscrizione nei Registri, mentre fino alla prima età angioina, le concessioni di feudi a semplici cavalieri non venivano registrate. Ne consegue, pertanto che essi appartenevano ai cd. poteri di vertice (conti e baroni del Regno) ma solo documenti relativi alla qualità degli iura regalia ad essi attribuiti, potrà rivelarci l'appartenenza alla classe dei barones majores o minores.

Il cognome de Alena, dunque, si è mantenuto in questa forma fno al XVIII sec. epoca in cui troviamo iscritto nei Regi Cedolari[3] il nostro Domenicus Antonius de Alena.

 

 

1.2.  Trasferimento della famiglia in Molise: Frosolone tra ‘600 e ‘700.

 

La famiglia di Berardino d’Alena[4] viveva ad Apricena[5], e tra la fine del 1500 e l’inizio del secolo successivo, si trasferì nella terra dei sanniti, in Molise, e precisamente a Frosolone. Non conosciamo i motivi del trasferimento della famiglia, ma di certo la scelta fu provvidenziale, considerato che nel 1627, un disastroso terremoto rase al suolo l’intero abitato di Apricena. Berardino era medico[6] ed il sacerdote Antonio d’Alena[7], vissuto nello stesso periodo era probabilmente suo congiunto.

A quell’epoca Frosolone era sotto la signoria dei Marchesano i quali nel 1616 la vendettero a Giovan Francesco Salernitano per il prezzo di 27.000 ducati. Il Salernitano conservò il feudo di Frosolone fino al 1660, epoca in cui l’alienò al marchese di Baranello, Giuseppe Carafa d’Aragona.

Il figlio di Berardino, Nicola fu il protagonista di un episodio narrato dalla tradizione orale della famiglia, che ha presto superato le mura domestiche assurgendo a racconto popolare, tant’è vero che è stato pubblicato nella raccolta intitolata Tradizioni popolari di Frosolone[8]. Secondo quanto narra il racconto, i d’Alena di Frosolone grazie ad un evento fortunoso sarebbero divenuti proprio in questo periodo la famiglia più ricca del paese. E’ vero, però, che essi già possedevano una discreta industria armentizia che negli anni a seguire sarebbe divenuta sempre più fiorente iscrivendo i d’Alena tra i più grandi proprietari ‘locati’ della Dogana di Foggia.

Successore di Nicola fu Donato. Nacque a Frosolone nel 1641 e molti documenti testimoniano la sua vita pubblica nel paese natio dove ricoprì la carica di sindaco nel 1692[9] e nel 1698[10]. Precedentemente a queste date, l’università di Frosolone aveva ottenuto, sotto forma d’affitto, dal feudatario Giuseppe Carafa d’Aragona, il diritto di Bagliva su questa terra[11]. La Bagliva che fu regolata con diverse costituzioni da Federico II, veniva talvolta concessa in affitto per subasta[12] e riguardava l’esercizio delle funzioni giurisdizionali e fiscali.

Nel 1698, Donato partecipò, nella chiesa di Sant’Angelo, all’atto che fu stipulato dal Notaio Giovanni Muccillo di Spinete, con il quale il barone della Posta, che l’anno precedente[13] aveva acquistato il feudo di Frosolone da D. Francesca Quiroga Faxardo, moglie di Diomede Carafa, dovette vendere la Tenuta di Frosolone in favore dell’Università[14]. I governatori dell’Università, infatti, avevano impugnato l’atto di vendita davanti al Collaterale, facendo leva sul jus praelationis diritto che Carlo V aveva riconosciuto alle università nel caso di vendita dei feudi.

L’anno successivo insieme al Dr. Rocco Berardinelli ed altri, propose un nuovo ricorso al Collaterale[15], questa volta impugnando una decisione presa dall’Università di Frosolone, con la quale era stato stabilito “di vendere l’erbaggi della Montagna demaniale contro la forma dell’antico solito”. Nel 1710 riscontrando forse qualche irregolarità nella scelta dei rappresentanti del governo dell’Università, si rivolge ancora una volta al Collaterale ricordando che il Vicerè aveva stabilito che per tale incarico si dovevano “eleggere li più abili e benestanti di tal luogo, affinché avessero potuto attendere al perfetto Governo pubblico[16]. Dieci anni più tardi, acquistò dal Duca di Grottaminarda, D. Pietro della Posta, alcuni terreni da questi posseduti in Frosolone alle contrade Valle dell’Alvano, Valle Salomone e Molinella[17].

Il sostentamento economico della famiglia, in questo periodo, continuava ad essere assicurato prevalentemente dall’allevamento: Donato è infatti annoverato tra i maggiori locati (grandi proprietari) della Dogana di Foggia[18]. Viveva con la sua famiglia nel palazzo d’Alena, ubicato in p.zza San Pietro, oggi denominata l.go della Vittoria, posto proprio di fronte all’omonima chiesa parrocchiale. Esiste ancora il portone d’ingresso, facilmente individuabile perché attiguo alla ‘Porta San Pietro’ che collega la suddetta piazzetta con c.so Vittorio Emanuele. Col tempo la casa avita fu ampliata e migliorata. Da un atto rogato dal Notaio Felice Mezzanotte, datato 29 settembre 1733, emerge che il palazzo d’Alena alla Parrocchia di S.Pietro assorbì la “casa di quattro appartamenti” di D. Antonio e Nicola Tomba, appartenenti ad una notabile famiglia del luogo. In particolare si può distinguere il cd. Palazzo antico d'Alena, al quale si accede da p.zza S. Pietro (attuale l.go Vittoria) una parte del quale, e precisamente il lato con il "supportico" su porta S. Pietro, nel 1881 era ancora di proprietà del ramo dei d'Alena baroni di Vicennepiane, residenti in S. Pietro Avellana, ed il Palazzo nuovo d'Alena edificato all'incirca verso la prima metà del XIX sec.

 

 Vista del Palazzo d’Alena (evidenziato in blu) da c.so V. Emanuele (cartolina d’epoca: Archivio Privato Avv. G. de Cristofaro, Napoli)

Palazzo d’Alena in c.so V. Emanuele

Porta S. Pietro e Palazzo d’Alena

Ingresso al Palazzo d'Alena da c.so V. Emanuele

Scorcio del portone d'ingresso alla fabbrica antica del Palazzo d'Alena, visto da Porta S. Pietro.

 

Il Palazzo d'Alena, viene oggi identificato con i nomi degli attuali proprietari Vago-Ruberto e La Porta.

Donato sposò Lucrezia Viano (1647 – 1737) e dalla loro unione nacquero[19]:

a)          Girolamo (1675 – 1759): sacerdote[20], dottore in diritto[21] (U.J.D.[22]), partecipò al Sinodo Mariconda del 1727 in qualità di giudice sinodale, esaminatore ex clero seculari foraneo[23], mentre ricopriva l’incarico di “Rector Parrochialis Ecclesiae S. Angeli Frusinonis”. Con testamento mistico depositato presso il Notaio Domenico Antonio Mezzanotte di Frosolone, lasciò suoi eredi i fratelli Giuseppe, Domenico e Nicola;

b)          Laura (n. 1680): sposò Donato de Cristofaro di Frosolone[24], e per la dote ricevuta, cedette ai fratelli i suoi diritti sull’eredità paterna;

c)          Teresa (1682 – 1746): monaca di casa. Nel 1745 donò tutte le sue sostanze ai fratelli[25];

d)          Giuseppe Antonio Berardino Domenico (1685 – 1772)[26]: sacerdote, conseguì la laurea in diritto (U.J.D.) il 13 maggio del 1709[27] a Napoli; nel 1727, insieme al fratello Girolamo, partecipò al Sinodo Mariconda dove intervenne come esaminatore ex clero seculari urbano e fra i quattro giudici sinodali occupò il primo posto: “Rev. D. Ioseph Antonius de Alena U.I.D. Illustr. Episcopi Vicarius Generalis”. Fu battezzato il 15 novembre del 1685 nella chiesa di San Pietro in Frosolone[28]. Il padre lo nominò primo titolare[29] del Beneficio ecclesiastico, di jus patronato della sua famiglia, eretto sotto il titolo della Beatissima Vergine del Carmine, nella chiesa di San Pietro a Frosolone. Il 14 febbraio 1768 depositò il suo testamento mistico presso il Notaio Domenico Mezzanotte, che fu aperto in data 22 gennaio 1772. In esso nominò eredi universali in parti uguali, sia nei beni feudali che nei burgensatici, i nipoti Donato e Filippo[30];

e)          Domenico Antonio (1687 – 1764): sposò Agnese Mascione dei Baroni di Fossalto e Castelluccio, e dette vita al ramo dei Baroni di Vicennepiane. Con testamento in data 24 febbraio 1764 depositato presso il Notaio Domenico Mezzanotte, istituì suo erede nei beni feudali e burgensatici il primogenito Donato, lasciando la sola legittima all’altro figlio Pompilio[31];

f)            Francesco (n. 1689 - 1759): sacerdote e medico[32] (U.J.D.). A lui il Dottor Filippo Colaneri, insigne medico di Frosolone che risiedette a Napoli, fece la seguente dedica in un suo libro[33] (la dedica riguarda in via principale Francesco, ma menziona anche altri membri della famiglia): (…) viro eruditissimo et medico praestantissimo Francisco De Alena (…) medico peritissimo, novarumque rerum quae ad medicinam, et philosophiam pertinent studiosissimo (…) ego, et patruus meus Berardinus plurimum obstricti sumus (…) quaeque causa potissima sane est -; Neque tu solus es, qui me tantopere amas: nam fratres quoque tui dignitati meae ita favent, ut omne suum consilium, studium, officium, operam ad amplitudinem meam conferant. De quorum doctrina et integerrimis moribus nihil prorsus dico. Nemo enim est, qui ignorat Iosephum Antonium fratrem tuum, quanta cum laude Vicariatus generalis munere in Brundusina, Triventina, Guardia Alpherina, aliisque insignibus Diocesibus perfunctum esse: Episcopi munus non semel, sed iterum, atque iterum oblatum, constantissime ricusasse. Ceteros fratres tuos, Hieronimum singulari vitae integritate virum, Ferdinandum sapientissimum Jurisconsultum, et clarissimos Nicolaum, et Dominicum Antonium generosissimos Dynastas, praeter fratris filios Felicem, et Philippum Litterarum candidatos, summaeque spei adolescentes. Sed his accedit etiam, et bonorum fortunae non mediocris cumulus, quorum bona pars in pauperes erogatur. Francesco all’età di 14 anni subì una miracolosa guarigione: la fonte di questa notizia è un documento che si conserva nella Chiesa di S. Egidio a Frosolone, dal titolo “Grazia e miracoli di S. Egidio Abate nel principio del secolo XVIII”. In esso si legge: “il giovane Francesco D’Alena, che fu poi sacerdote e medico, sorpreso nell’anno 1703 da febbre quotidiana intermittente, cercò dai suoi genitori una torcia di cera: ottenuta che l’ebbe andò a piedi a portarla al glorioso S.Egidio. Ivi giunti l’accese davanti la sacra statua e pregandolo a tutto cuore ebbe la grazia di restar libero da febbri”. Con testamento per il Notaio Domenico Antonio Mezzanotte, lasciò suoi eredi i fratelli Girolamo, Giuseppe, Domenico Antonio e Nicola[34].

La dedica a Francesco d'Alena dal libro del Colaneri (immagine da google libri)

 

g)          Nicola (1689 – 1768): sposò Auriente Mascione dei Baroni di Fossalto e Castelluccio. Dette vita al ramo dei d’Alena Baroni di Macchia d’Isernia feudo che fu acquistato unitamente a quello di Valle Ambra[35]. Con testamento mistico in data 8 settembre 1763, depositato presso il Notaio Domenico Mezzanotte, nominò erede universale nei beni feudali e burgensatici il figlio secondogenito Filippo, lasciando la legittima al primogenito Felice (sacerdote) ed all’altro figlio Vincenzo[36];

h)          Felice Maria (n. 1692): dall’atto per il Notaio Mezzanotte, datato 11 giugno 1709, risulta che era frate francescano[37];

i)             Lucia (n. 1694): sposò Berardino Mascione di Torella, barone di Fossalto e Castelluccio. Per la dote ricevuta dai fratelli, cedette in loro favore i diritti sull’eredità paterna[38];

j)            Ferdinando (1699 – 1773): giurisperito. Visse e si sposò a Napoli[39]. Intervenne, come interposta persona, per conto di D. Ettore d’Alessandro di Pescolanciano, nella vendita che questi faceva ai Caracciolo di Santobuono del feudo di Castel del Giudice; l’atto venne stipulato in data 12 luglio 1732, per Notar Giuseppe Tomasuolo[40]. L’interposizione, probabilmente dovette riguardare l’intestazione del feudo, anche se per breve tempo, a nome di Ferdinando, considerato che il Masciotta[41] indica tra i feudi posseduti dalla famiglia d’Alena, anche quello di Castel del Giudice. Nel 1727 circa, acquistò da Fabrizio de Angelillis, il feudo di Petrella Trifernina[42]. Con atto per il Notaio Felice Mezzanotte di Frosolone, del 1724, cedette ai fratelli i suoi diritti sull’eredità paterna. Nel 1731 fu eletto tra i quattro sindaci-amministratori nella Dogana di Foggia. Le elezioni avvenivano su indicazione per nomina ed elezione nella ristretta cerchia dei potenti locati.

 

Anche Donato, come già il figlio Francesco, fu testimone di una miracolosa guarigione che lo riguardò direttamente. Il documento conservato presso la chiesa di S.Egidio, a cui si è accennato innanzi, narra: “Donato D’Alena di Frosolone appreso da febbre maligna era ridotto presso che morir; fè voto ricorrere alla grazia di questo santo: ciò adempiuto ricuperò immediatamente la perduta salute”.

Fondò nella chiesa parrocchiale di San Pietro in Frosolone, la cappellania intitolata alla Beatissima Vergine del Carmine (Santa Maria del Monte Carmelo), che nel 1718 dotò di diversi beni. Donato morì all’età di 82 anni, il giorno di domenica 21 novembre del 1723, festività della Presentazione della Beata Vergine Maria.

 

 1.3. La Cappellania di S.Maria del Carmine

 

Donato d’Alena della Terra di Frosolone presentando supplica a E.V. Ill.ma con profonda devozione intende dotare la Cappella della Vergine Santissima del Carmine posta dentro la parrocchiale di S. Pietro de jure patronatus della sua famiglia ed eriggerla in semplice (…) Benefizio ecclesiastico del juspatronato in benefizio de suoi discendenti mascoli, e colli pesi, e condizioni che a suo tempo presenterà (…)[43]. Inizia così la supplica che Donato senior, presentò alle autorità ecclesiastiche per ottenere l’erezione in beneficio della cappellania intitolata a S. Maria del Monte Carmelo. L’assenso è posto in calce allo stesso documento e porta la data del 3 ottobre 1718. L’atto di dotazione della cappella, risale invece al 26 ottobre 1718 e fu rogato dal notaio Felice Mezzanotte di Frosolone.

La Cappella intitolata alla Vergine del Carmelo, era posta all’interno della Chiesa Parrocchiale di S. Pietro Apostolo, sita in l.go San Pietro (attuale, l.go Vittoria), che sorgeva proprio di fronte al Palazzo d’Alena. La chiesa di S.Pietro andò completamente distrutta durante il terremoto di S. Anna del luglio 1805 e non fu più ricostruita.

 

 Parte del documento del 1718, contenente la supplica di Donato d’Alena

 

Il titolo del tempio fu trasferito nella Chiesa attigua al convento di Santa Chiara. Oggi a ricordare il luogo dov’era edificata la chiesa, restano due leoni in pietra, che facevano parte dell’altare, ed una croce.

Nella rivela fatta dal sacerdote Giuseppe d’Alena[44], risulta che inizialmente la dotazione di beni della cappella comprendeva un mulino, terreni, una vigna alla Castagna, nonché numerosi capitali. Una descrizione dettagliata dei beni relativi a questa prima dotazione risulta dal progetto divisionale relativo all'eredità di Donato juniore che reca la data del 25 maggio 1848, nel quale viene fedelmente riprodotto il testo dell'atto di dotazione stipulato dal notaio Mezzanotte di Frosolone.

N°  d’ord.

Prima Dotazione

Capitali

Rendita

Un molino ad una macina di antica costruzione, e quasi crollante sito nella contrada detta di fonte molino con mezzo tomolo circa di terreno per uso di giardino, e con pioppeto in ambedue i lati del corso dell’acqua che anima il detto molino. Un tal fondo viene circoscritto ne’ tre lati esterni intieramente della strada pubblica, e nel quarto interno della linea di confinazione co’ beni di Domenico Fazioli, Donata. Questo fondo da’ l’annua rendita di ducati diciassette che elevato a capitale dà il risultato di ducati

340:00

17:00

Territorio lavoratorio dell’estensione di tomola due crica sito nella contrada detto Spalazzo circoscritto dalle seguenti confinazioni. Nella parte superiore dalla strada vicinale, nel lato destro, dalla via pubblica, nel lato sinistro dal terreno Comunale, e nel lato inferiore dal vallone che ha il nome della  contrada. Un tal fondo dà l’annua rendita d’un tomolo di grano, che ridotto a contante, ed al prezzo prudenziale, sia il valore di carlini quindici, che elevato a capitale dà il risultato di ducati.

030:00

1:50

Territorio a vigneto con terreno seminatorio all’intorno della estensione di tomola sei circa sita nella contrada detta Castellano, e circoscritto dalle seguenti confinazioni. Nella parte superiore co’ beni degli Eredi di Paolo Venditti in continuazione con la strada pubblica, al di sotto col fosso, ed altri fini. Un tal fondo dà l’annua rendita di tomola due, e misure due di grano, che valutato a carlini quindici il tomolo, dà l’ammontare di carlini trentuno, e grano otto, che elevata una tal rendita a capitale dà il risultato di Dj  

063:60

3:18

Dall’antica platea, e da altre carte ancora si rileva di appartenere alla Badia un altro terreno, e nella circonferenza dall’istessa contrada di fonte molino, ma non ancora se ne conosce con precisione la vera situazione topografica, saranno però pratticati tutt’i possibili mezzi per assicurarne il riacquisto.

 

 

N° d’ord.

Continuazione della prima dotazione in contante

Capitali

Rendita

Capitale di ducati novanta: A carico degli Eredi di Nicola Fazioli, alias Catubbo, dà l’annua rendita di ducati quattro, e carlini cinque

090:00

4:50

Capitale di ducati cento: A carico degli Eredi di D. Biase, e Fratelli Fazioli, che dà l’annua rendita di ducati cinque

100:00

5:00

Capitale di ducati cento trenta: A carico degli Eredi di Carlo di Nunzio, e di Nicola Mattaroni, che dà l’annua rendita di ducati cinque, e carlini due

130:00

5:20

Capitale di ducati settanta: A carico degli Eredi di Benedetto Romano, che dà l’annua rendita di ducati due, e carlini otto

70:00

02:80

Capitale di ducati cinquanta: A carico degli Eredi di Carlo Colarusso, che dà l’annua rendita di ducati due, e carlini cinque

050:00

02:50

Capitale di ducati cinquanta: A carico degli Eredi d’Onofrio la Gamba, che dà l’annua rendita di ducati due, e carlini cinque

050:00

02:50

Capitale di ducati cinquanta: A carico degli Eredi di Liborio Basciano, che dà l’annua rendita di ducati due, e carlini cinque

050:00

02:50

Totale de’ Capitali, e della rendita in ducati come sopra

973:60

46:68

In seguito, come risulta dall’atto per Notaio Domenicantonio Mezzanotte di Frosolone, datato 15 ottobre 1760, Domenico Antonio, figlio del fondatore, unitamente ai suoi fratelli, dispose una seconda dotazione costituita da capitali e dal credito di 5.200 ducati che la famiglia vantava nei confronti del Marchese di Spinete (v. documento cit. del 25 maggio 1848).

N° d’ord.

Seconda Dotazione

Capitali

Rendita

Capitale di ducati cinquanta: A carico del debito che gravita pel Marchese di Spinete, come da istrumento per Notaio Mezzanotte del dì dell’anno 1739, che dà l’annua rendita di ducati uno, carlini nove, e grana tre

050:00

01:93

Capitale di ducati dugentocinquanta: A carico del debito che gravita pel Marchese di Spinete, come da istrumento per Notaio Mezzanotte del dì 12 febbraro dell’anno 1745, che dà l’annua rendita di ducati nove, carlini sei, e grana otto

250:00

09:68

Capitale di ducati cento: A carico del debito che grava sul Marchese di Spinete come da istrumento per Notaio Mezzanotte del dì 20 luglio dell’anno 1746, che dà l’annua rendita di ducati tre, carlini otto, e grana sette

100:00

3:87

Capitale di ducati dugentocinquanta: A carico del debito che gravita sul Marchese di Spinete come da istrumento per Notaio Mezzanotte del dì 1° Novembre del 1747, che dà l’annua rendita di ducati nove, carlini sei, e grana otto

250:00

9:68

Capitale di ducati dugento sessanta: A carico del debito che gravita pel Marchese di Spinete, come da istrumento per Notar Domenico Mezzanotte del dì 28 Settembre dell’anno 1760, che dà l’annua rendita di ducati undici, carlini sei, e grana sette

260:00

11:67

Totale de’ Capitali, e della rendita in ducati

910:00

36:83

L’atto di fondazione faceva obbligo all’abate, che veniva nominato dalla famiglia, di celebrare due messe piane nei giorni di domenica e di mercoledì di ogni settimana, in suffragio dell’anima del fondatore e dei suoi congiunti, e di una messa parata e dei primi e secondi Vesperi nel giorno della ricorrenza del titolo di fondazione, ossia il 16 luglio di ogni anno. Con la seconda dotazione fu previsto l’obbligo ulteriore della celebrazione di due messe piane in ciascuna settimana, nonché di consegnare al Vescovo di Trivento, ogni anno il giorno 28 del mese di luglio, ricorrenza della festività dei Santi Nazario, Celso e Vittore, Patroni di quella Città, una candela di cera pura, nell’atto del baciamano, che in ogni anno ricorre in quel giorno come atto di venerazione e sottomissione all’Autorità Vescovile.

P.zza S. Pietro, attuale l.go Vittoria

I d’Alena furono però titolari anche del Beneficio intitolato a S. Berardino e S. Antonio dé Lazari in Campobasso, che era già stato di jus patronato della famiglia Ginetti. Tale beneficio pervenne alla famiglia attraverso l’atto di donazione[45] che D. Teresa Ginetti, fece di tutti i suoi beni ai coniugi Donato d’Alena e Doristella de Silvestris, quest’ultima figlia della medesima D. Teresa. All’epoca della donazione l’Abate nominato per questo beneficio era D. Eligio Ginetti, il quale morì nel mese di gennaio del 1780, ed al suo posto i coniugi d’Alena, nominarono il fratello di Doristella, D. Domenicantonio de Silvestris.

 

 

1.4.  Il testamento di D. Giuseppe d’Alena e sue conseguenze

 

I figli di Donato, D. Girolamo , D. Giuseppe, D. Francesco, Domenico Antonio e Nicola[46], avevano costituito una società ed avevano notevolmente incrementato la già fiorente industria armentizia di cui disponeva la famiglia. Parte dei proventi erano destinati all’acquisto di beni feudali. Fu così che vennero acquistati i feudi di Vicennepiane, Macchia d’Isernia, Valle Ambra, Bralli e S. Martino. Nonostante i detti feudi fossero stati comprati con denaro comune, furono intestati solo a nome di Nicola, con la sola eccezione di Vicennepiane, intestato a Domenico Antonio. In seguito alla morte dei cinque fratelli, loro successori furono Filippo, figlio di Nicola e Donato, figlio di Domenico Antonio, i quali non riuscirono ad accordarsi e chiesero lo scioglimento della società. Causa della divisione fu il testamento del loro zio D. Giuseppe, nel quale si nominavano eredi universali pro aequis partibus, i cugini Donato e Filippo; si stabiliva inoltre che il feudo di Vicennepiane restasse a Donato, mentre quelli di Bralli e S. Martino dovevano essergli ceduti da Filippo, al quale restavano Macchia d’Isernia e Valle Ambra. Poiché i feudi non avevano tutti egual valore, D. Giuseppe stabilì anche che i restanti beni non feudali, dei quali la maggior parte era in Frosolone, dovevano essere divisi in modo tale che aggiunti al valore dei feudi costituissero due quote uguali. Il testamento, però, non piacque a Filippo che avviò una lite davanti al Sacro Regio Consiglio. Il primo dicembre del 1772, per delegazione sovrana, la disputa fu portata innanzi al Regio Consigliere Orazio Guidotti il quale con decreto del 22 gennaio 1774, rigettò le richieste del barone di Macchia ed ordinò che si osservasse il testamento di D. Giuseppe Antonio. La società che precedentemente era stata tenuta dai fratelli in perfetta armonia ed in comunione di beni, fu sciolta e con essa anche la famiglia si divise in due rami, quello dei Baroni di Vicennepiane, rappresentato da Domenico Antonio, che continuò a risiedere a Frosolone fino agli inizi del XIX secolo, e quello dei Baroni di Macchia d’Isernia, il cui capostipite fu Nicola.

 

 

1.5.  La presenza della famiglia d’Alena nel contesto sociale di Frosolone tra XVII e XIX secolo. Le alleanze matrimoniali

 

Il XVIII secolo rappresentò il periodo nel quale la famiglia consolidò la sua posizione sociale e la sua presenza nei territori molisani nei quali si stabilì e cioè Frosolone e Macchia d’Isernia. Tralasciando momentaneamente Macchia, località nella quale la famiglia è stata sempre preminente essendone feudataria, conviene soffermarsi sull’altro centro molisano, Frosolone. Qui la famiglia divenne preminente già nella metà del 1700, sostituendosi alla famiglia della Posta nel primato che fino ad allora gli era stato riservato. Il primato della famiglia continuò anche nel secolo successivo; un documento datato 6 giugno 1801[47], ad es., conferma che il “Barone D’Alena” era il primo contribuente del paese nel versamento della “tassa trà benestanti per le Milizie Provinciali”.

Frosolone del resto era un paese non privo di personaggi influenti e con una posizione socialmente elevata: da un documento a firma dei governatori e mastrodatti della Corte di Frosolone, nonché del notaio Berardino Fazzana, recante la data del 30 giugno 1786[48] (f. 33 – 34), emerge che “(…) la terra di Frosolone vien composta di circa quattromila anime, e che in essa vi sono Baroni, molti, e diversi Dottori, medici, notari e Professori abili, probi e benestanti, vi sono artisti di ogni genere e molte persone ricche, che possiedono armenti di pecore, vacche ed altri animali, oltre i stabili, quali compongono la maggiore e più sana parte del paese, tutte probe ed idonee, e che sanno leggere e scrivere”.

La famiglia partecipò assiduamente al governo dell’Università con sindaci e deputati. Compito degli amministratori, emanazione dei pubblici parlamenti che fin dal 1597, si riunivano nella casa sita nell’antico quartiere di San Leonardo, erano la distribuzione tra gli abitanti dei debiti comuni, l’amministrazione del vasto patrimonio della comunità, ma soprattutto la tutela dei diritti e degli interessi della cittadinanza contro il potere feudale, compito questo che assunse quasi sempre i connotati di una vera e propria lotta senza quartiere. I Sindaci erano quattro e duravano in carica un anno, dal 1 settembre al successivo 31 agosto. Il giorno in cui terminava l’amministrazione i Sindaci dimissionari convocavano un pubblico parlamento e nominavano 8 cittadini; tra questi il popolo votava chi riteneva fosse il migliore. I primi quattro che ottenevano la maggioranza dei voti venivano nominati sindaci e governavano l’università insieme ad altri 18 cittadini, anch’essi eletti in pubblico parlamento, che poteva essere convocato nel medesimo giorno o in altro successivo. I sindaci inoltre amministravano “il peculio universale[49] tre mesi ciascuno ed alla fine dell’anno rendevano conto dell’amministrazione a due razionali, anch’essi eletti in pubblico parlamento. I nuovi Sindaci prestavano giuramento[50] e ricevevano in consegna “le chiavi del fondaco, le scritture universali ed il sugello[51]. La nostra famiglia ebbe diversi sindaci: oltre il già menzionato Donato che ricoprì gli incarichi nel 1692 e nel 1698[52], ricordiamo Donato, nipote del precedente, dal 1798 al 1799[53], Pasquale figlio del predetto Donato negli anni 1831-34, 1838-41 e 1844-47, Francesco, fratello del precedente, negli anni 1841-44, ed infine Pompeo, figlio di Francesco negli anni 1873-1877. Un altro figlio di Francesco, Donato, ingegnere, fu rappresentante per Frosolone al Consiglio Provinciale per gli anni dal 1866 al 1874[54].

La famiglia ha dato numerosi personaggi alla Chiesa, molti altri si dedicarono allo studio del diritto, e tra essi Luigi (1802-1881), figlio di Donato, raggiunse il grado di Presidente della Corte di Cassazione[55].

L’arte medica fu un altro campo nel quale si cimentarono i nostri antenati iniziando con Berardino capostipite, continuando con i suoi discendenti tra cui il più famoso fu Francesco, le cui capacità furono esaltate dal Dottor Colaneri come è stato già ricordato in precedenza.

Sicura promessa nel campo letterario e nella pittura era Ferdinando (1832-1852) morto prematuramente, le cui rare virtù furono celebrate dal Canonico Florindo Battista in un libretto a stampa dal titolo “Sulla morte di Ferdinando dé Baroni d’Alena. Canti e Memorie”.

I matrimoni contratti fecero sì che i d’Alena s’imparentassero con le principali famiglie nobili e notabili del luogo: i Mascione, bar. di Fossalto e Castelluccio, gli Angeloni, bar. di Montemiglio e Varavalle[56], i Colozza[57], i de Cristofaro[58], i de Capoa[59], i de Silvestris[60], i de Nigris[61].

 

 

1.6. Donato d’Alena e la sua discendenza. Vicende del ramo cadetto rimasto in Frosolone.

 

Donato d’Alena, figlio di Domenico Antonio, nacque a Frosolone il 17 marzo del 1746. In quanto primogenito ed erede in feudalibus del padre, ottenne l’intestazione del feudo di Vicennepiane il 24 novembre del 1764[62]. Il 21 giugno del 1780, invece, seguì l’intestazione dei feudi di Bralli e di San Martino[63]. Sposò in prime nozze Agata Angeloni (n. 1752) dei baroni di Montemiglio e Varavalle, dalla quale nacquero: a) Domenico Antonio (1771-1837); b) Teresa, premorta al padre; c) Maria Giuseppa. Alla morte della prima moglie, si risposò con Doristella de Silvestris (­+1826) dalla cui unione nacquero:

a)    Francesco (n. 1784) che sposò la N.D. Elisabetta de Capoa;

b)    Pasquale (n. 1789 – vedi successivo paragrafo 1.4);

c)    Giuseppe (1797-1837) che sposò Maria Antonia Faralla di San Severo;

d)    Luigi (1802-1881), Presidente della Corte di Cassazione;

e)    Agnese, che sposò Carlantonio de Nigris;

f)      Filippo, sacerdote;

g)    Girolamo, membro del Consiglio d'Intendenza di Capitanata nel 1829 (cfr. Almanacco Reale del Regno delle Due Sicilie per l'anno 1829).

        Donato morì il 21 settembre del 1822, ultimo titolare dei feudi di Vicennepiane, Bralli e S.Martino a risiedere a Frosolone; suo figlio primogenito ed erede in feudalibus, Domenico Antonio, infatti, nei primi anni del’’800 si trasferì nel comune di San Pietro Avellana. Il funerale fu “solennemente ufficiato da tutto il Clero del paese, coll’intervento delle Confraternite[64] ed il suo corpo fu “sepolto nella Chiesa Parrocchiale in un sepolcro scavato per ordine della Romana Curia vicino l’altare di S.Antonio[65].

I figli nati dal secondo matrimonio, invece, continuarono ad abitare a Frosolone, ma di essi solo due ebbero discendenza, Girolamo, che, ebbe due figlie, Clarice e Teresina e Francesco i cui figli erano i seguenti:

a)    Ferdinando (1832 – 1852): frequentò il Collegio Sannitico e le sue rare virtù furono ricordate dal Canonico Florindo Battista in un’Ode a lui dedicata;

b)    Filomena;

c)    Pompeo, che sposò Vittoria Colozza[66], dalla cui unione nacquero: Luigi, Teresa ed Elisabetta;

d)    Giuseppe;

e)    Donato, ingegnere, che fu eletto rappresentante per Frosolone al Consiglio Provinciale per gli anni dal 1866 al 1874;

f)      Carolina;

g)    Doristella, che sposò il cugino Federico Antonio d’Alena, barone di Vicennepiane, Bralli e S.Martino, che era rimasto vedovo e risiedeva in San Pietro Avellana.

 

I figli di Pompeo introdussero a Frosolone il primo ufficio postale di cui erano titolari le sorelle Teresa ed Elisabetta. Il loro germano Luigi, aveva intrapreso la carriera militare e per questo motivo lasciò il paese natio per trasferirsi in Abruzzo a Roccaspinalveti. Qui fece edificare, verso la fine del XIX secolo, un palazzetto in pietra che ancora oggi porta il nome di casa d’Alena. Questo ramo, inoltre, introdusse anche a Roccaspinalveti un ufficio postale del quale furono direttrici le sue figlie Vittoria ed in seguito Rita. Luigi sposò Rosa Novella, ma morì all’età di 41 anni, probabilmente a causa di una peritonite. Sua figlia Vittoria (+ 1976) sposò Giovanni Fanaro, da cui nacquero il Dr. Fernando, attualmente residente a Casalbordino. Rita, invece rimase nubile, mentre l’altra sorella Maria, andò in sposa ad un avvocato residente a Chieti.  

Elisabetta d'Alena insieme ad una nipote (dalla pubblicazione 'Frosolone ieri' a cura d. TVF)

 

 

1.7. Pasquale d’Alena ed i fermenti liberali di metà Ottocento.

 

Un breve cenno merita l’attività svolta da Pasquale d’Alena, già ricordato tra i sindaci di Frosolone, ed in particolare il suo contributo a favore della causa liberal-rivoluzionaria del 1847. Le notizie provengono da alcuni processi politici che si conclusero attorno al 1850[67]. Pasquale era il capo dei liberali di Frosolone (nel 1820, all’epoca dei primi moti rivoluzionari, era Capitano dei militi). Si riunivano, solitamente nottetempo, in una casina che Pasquale aveva fuori dell’abitato, in contrada Macere. Qui maturarono l’idea di chiedere l’allontanamento del giudice Giustiniano Petrone, e la destituzione del sindaco (medico originario di Salcito) Domenico Filacchione, richieste determinate, a quanto pare, dal malcontento creato dalle autorità. Certo è che la destituzione del sindaco fu accolta con somma soddisfazione da tutto il paese. Probabilmente la notizia fu salutata con tanto entusiasmo anche perché il sindaco destituito aveva aumentato “la fida dei bovi nei boschi” ed aveva dimostrato “in tutto il maneggio degli affari un’asprezza senza pari”. La casina di Pasquale fu anche il luogo dove si preparò il piano dell’assalto al fondaco comunale, progetto che fallì grazie al tempestivo intervento del capo posto Francesco Paolo Costanzo. Il sodalizio, almeno da quanto emerse dalla deposizione del sindaco Filacchione, fatta al giudice Petrone, era denominato la “sinagoga anarchica”.

        La “sinagoga” non era isolata, ma era in stretto contatto con i liberali isernini Stefano Iadopi e Leonardo Andreti, a loro volta coinvolti con la potente Setta degli Unitari di Capua. Pasquale, inoltre, intratteneva rapporti epistolari anche con Raffaele Crispino di Napoli. Questi, nel 1848, gli spedì un foglio a stampa contenente “associazione di persone per pagarsi carlini 6 al mese onde stipendiarsi gl’individui incaricati di sorvegliare nella capitale lo andamento Ministeriale”.

        La casa di Pasquale venne perquisita dalla polizia , che vi rinvenne vario materiale a stampa, il cui contenuto, tuttavia non fu considerato compromettente.

        L’avventura liberale della “sinagoga anarchica” non si concluse favorevolmente. Infatti tutti i suoi componenti furono incriminati e vennero processati con l’accusa di cospirazione e associazione illecita.

  

 

2. Il ramo dei d’Alena baroni di Macchia d’Isernia

 

 Il 24 luglio 1748 Nicola d’Alena ottenne il Regio Assenso per l’acquisto del feudo di Macchia d’Isernia, che avvenne unitamente a parte del feudo di Valle Ambra[68], sito in provincia di Terra di Lavoro. La vendita dei feudi avvenne per conto della Regia Camera, alla quale erano tornati in seguito alla situazione debitoria nella quale si erano trovati i precedenti feudatari, e mediante asta pubblica. Dopo vivissimo incanto[69] con il barone di Cameli, i d’Alena riuscirono a spuntarla per la somma di quarantamilacentododici ducati[70]. Il feudo di Macchia “con tutte le sue ville, giurisdizioni ed integro stato[71] si estendeva su una superficie di circa duemila ettari, ricca di fiumi, pascoli, uliveti, vigneti, campi di grano, cacciagione ed occupava una posizione strategica. Il feudo vantava inoltre vari privilegi e diritti feudali ed ecclesiastici: l’amministrazione della giustizia, compresa quella penale; il diritto di bagliva (controllo esattoriale e della giustizia minore); il beneficio ecclesiastico di poter designare il canonico della parrocchia; il diritto di frantoio, di mulino e di forno. Macchia, infine, era dotata di un castello, ancora oggi esistente, nel quale le ultime importanti modifiche architettoniche furono apportate da Nicola d’Alena.

A Macchia d’Isernia, infatti, la residenza dei d’Alena da Nicola, fino a Celeste (+1938) fu sempre il castello, o ‘il palazzo’ come lo chiamano gli abitanti del luogo.

        Sembra che le origini del maniero risalgano all’epoca normanna; in esso avrebbe soggiornato la figlia minore di Ruggero II d’Altavilla, la quale aveva sposato un de Moulins, famiglia che avrebbe dato il nome alla Regione.

Nicola, sposò Auriente Mascione di Torella[72] dalla cui unione nacquero:

a) Felice (primogenito)[73], sacerdote, dr. in legge. Divenne Abate della Santissima Trinità in Macchia e fu delegato a svolgere il ruolo di giudice del tribunale vescovile[74];

b) Filippo (secondogenito)[75], dottore in legge;

 

 Il castello baronale d’Alena a Macchia d’Isernia

c)  Vincenzo: convenne in giudizio il fratello Filippo, che alla morte del padre aveva ottenuto l’intestazione a suo nome di tutti i beni feudali, rivendicando l’intestazione di metà del feudo di Valle Ambra, in quanto feudo di diritto longobardo. La Regia Camera della Sommaria, ritenuta fondata la pretesa di Vincenzo, con decreto in data 17 dicembre 1789[76], riconobbe i suoi diritti su metà della parte del feudo di Valle Ambra già intestata al fratello Filippo. L’intestazione nei Regi Cedolari, avvenne in data 30 giugno 1792[77].

d) Lucrezia;

e) Maria Teresa.

Il figlio di Nicola, Filippo, dottore in legge, sposò Maria Carmina Coccopalmieri, il cui fratello era vescovo di Umbriatico. Costui nel 1780, riconsacrò la chiesa madre di Macchia  che fu dedicata a San Nicola di Bari, come omaggio al Barone Nicola[78]. Maria Carmina manteneva i rapporti con il Vaticano, dal quale ottenne dal Papa Pio VI, il beneficio dell’oratorio all’interno del palazzo.

I feudi di Macchia d’Isernia e di Valle Ambra, pur trovandosi intestati a Nicola, erano tuttavia stati acquistati con i proventi della società che egli teneva unitamente agli altri fratelli, della quale si è già parlato precedentemente. In seguito alla lite promossa da Filippo e portata davanti al Sacro Regio Consiglio[79], fu decisa l’intestazione dei feudi di Macchia d’Isernia e Valleambra al ricorrente.

I Regi Cedolari ci rendono la composizione della famiglia di Filippo nel 1780, il quale oltre ai due  maschi, Francesco e Giuseppe Maria, aveva altre sei figlie, Maria Carolina, Maria Amalia, Maria Anastasia, Maria Ausilia, Maria Giuseppa e Maria Teresa. Maria Giuseppa d'Alena, sposò il medico Davide Scioli (1763-1844), che fu sindaco di Monteroduni negli anni 1810-12 e 1817-20

Francesco (+1845 ca.) sposò Celeste Cayro di Anagni. Il suo unico figlio maschio, Filippo, fu una delle figure più note e maggiormente ricordate dei d’Alena di Macchia; Antonio Grano nel suo libro, Macchia d’Isernia, lo ricorda come un “grande amatore, grande uomo di potere, grande personalità”.  Ricoprì un ruolo di grande rilievo nel clima liberale della metà del 1800. Apparteneva al circolo degli Unitari di Capua[80], un’associazione segreta e settaria che intratteneva rapporti con la “Lega Costituzionale” dei liberali isernini, a sua volta in comunicazione con l’Associazione nazionale Italiana fondata da Mazzini, a Parigi. Il circolo aveva la sua sede a Capua; i “soci” pagavano per essere ammessi e versavano una quota mensile che serviva a formare una cassa con la quale venivano pagati gli “incaricati” che andavano in giro a far proseliti. Gli affiliati avevano l’obbligo di conservare “polvere e fucili” nonché di istruire le persone di servizio in modo tale da conquistarli alla propria causa. Proprio nel tentativo di raccogliere altri affiliati, viaggiava spesso con lo zio, Leonardo Andreti (carbonaro, esiliato a Chieti in seguito agli eventi del 1820, emissario delle lega isernina dalla quale fu inviato a Napoli col duplice compito di contattare i liberali attivi nella capitale, e di curare gli interessi locali presso gli organi di governo) insieme al quale si recò soprattutto a Fornelli, Monteroduni, Miranda e Longano. Filippo intratteneva rapporti epistolari anche con Francesco Fortini, grande amico dello zio Leonoardo Andreti, anche lui carbonaro ed esiliato in Chieti, maggiore dei Legionari, Notaio, professore di Agricoltura, decurione e segretario della Sotto Intendenza d’Isernia. Il Fortini era attivo soprattutto ad Isernia dove insieme al figlio di Andreti, Raffaele, cercò di dare vita ad un giornale politico, ‘Il Socrate’ che però non ebbe successo perché osteggiato dagli altri liberali del circolo d’Isernia.

        Contro Filippo d’Alena, il 7 settembre 1850, il  pubblico ministero, Gregorio Morelli, chiese alla Gran Corte Criminale, l’invio di un mandato di cattura. Arrestato, fu rilasciato solo grazie all’insistenza ed alle pressioni fatte esercitare a Corte dalla moglie, Marianna d’Apollonio (figlia di Domenico).

        Ma la tranquillità della famiglia continuò ad essere minata dalle incursioni di armati che facevano capo a famiglie legate al trono, come quella dei de Lellis, che più volte attaccarono il castello di Macchia, attentando alla vita dei suoi abitanti. In alcune occasioni, ma sempre senza successo, le spedizioni riuscirono a penetrare nel maniero che conserva ancora alcuni “segni” degli scontri.

Filippo e Marianna ebbero tre figlie, Celeste, Giuseppina e Maddalena, tra le quali, alla morte del padre, avvenuta nel 1884, fu diviso il feudo. La parte centrale spettò a Celeste, quella della piana alla secondogenita Giuseppina, e la zona a nord fu invece assegnata alla più piccola, Maddalena. Celeste, che aveva diritto al titolo di baronessa di Macchia d'Isernia in quanto primogenita, sposò in primi voti Camillo d'Apollonio, figlio di Giacomo ed Eleonora de Lellis, il quale, però, morì nl 1843. Sposò, quindi, in secondi voti, il conte Giulio Frisari di Bisceglie[81] figlio di Luigi. La generazione successiva è rappresentata da Luigi, ingegnere, Anna, Filippo e Margherita che sposò Nicola de Iorio di San Vincenzo. Loro figlio Alfonso, sposò Teresa Petrecca, e da loro discendono gli attuali proprietari dell’avito maniero il Prof. Giulio ed il Dr. Nicola de Jorio Frisari.

Raffaela d'Alena (probabilmente figlia di Francesco e Celeste Cayro), sposò Francesco Scioli (1811 - 1881) dottore in Lettere e Filosofia e dottore in Leggi (fu sindaco di Monteroduni negli anni 1841-42 e 1861-69), d'ispirazione liberale, fu Comandante della Guardia Nazionale di Monteroduni e rimase ferito durante le reazioni dei giorni 1 e 2 ottobre 1860.

A Macchia d’Isernia i d’Alena ebbero diverse cappellanie ed il jus patronato sulle chiese di S. Rocco, S. Biagio, e della SS. Trinità.

Parteciparono da protagonisti assoluti alla vita politico-amministrativa di Macchia d’Isernia, praticamente fino a quando non fu emanata la legge che aboliva i feudi. Anche in seguito, però continuarono ad occupare posizioni rilevanti nella vita sociale del centro molisano. Si ricordano ad es. Francesco, primo sindaco del neo costituito comune negli anni 1835-38, e Filippo che, ricoprì lo stesso incarico dal 1860 fino al 1869. Nella prima metà del XIX secolo, a Macchia sopravviveva ancora un’antica tradizione, reminiscenza degli omaggi vassallatici di origine feudale, il baciamano con il quale gli sposi appena uniti in matrimonio, omaggiavano il barone.

  

3. I documenti conservati nell’Archivio di Stato di Foggia: il fondo Dogana della mena delle pecore

  

Il fondo della Dogana delle pecore, contiene molti atti dai quali è possibile ricostruire un pezzo di storia della nostra famiglia, relativamente all’attività dell’allevamento di questi animali che costituivano una vera e propria ricchezza per i loro proprietari. Prima, però, occorre dare qualche breve cenno su cosa fosse effettivamente la Dogana delle pecore. Essa fu istituita nel 1447 per iniziativa dei re aragonesi; la sua sede fu inizialmente Lucera e poi Foggia ed aveva il compito di curare l’esazione del prezzo dei pascoli (fida). Le pecore molisane, fin da quando la dogana venne istituita, furono qualificate gentili e soggette a discendere nei pascoli fiscali. A quest’obbligo faceva da contrappeso la garanzia di transiti sicuri, erbaggi sufficienti, difesa assicurata da un foro particolare affidato al doganiere, nonché lo smercio garantito dei prodotti dell’industria armentizia. Gli allevatori, considerati piccoli (se possedevano fino a 200 pecore), medi (da 200 a 2000) e grandi (oltre 2000), furono chiamati locati, fino al 1806, e censuari dal 1806 fino al 1865. La modifica del regime doganale tra questi anni consistette nel fatto che inizialmente le terre fiscali venivano date in affitto annuale o sessennale, mentre in seguito vennero cedute con contratti enfiteutici.

La nostra famiglia fu tra i maggiori locati ed arrivò a possedere oltre 20.000 pecore, oltre ad animali di grossa taglia (i possessori di quest’ultimi venivano chiamati soliti). Le greggi, al sopraggiungere dell’autunno, venivano portate a svernare nelle locazioni di Puglia, ognuna costituita dalle cd. poste. Gli atti conservati nell’Archivio di Stato di Foggia, hanno permesso di ricostruire la mappa dei luoghi della Puglia, nei quali le greggi dei d’Alena di Frosolone, andavano a svernare.

 Le locazioni che ricorrono maggiormente sono la posta di Cantigliano presso la locazione di Candelaro e la locazione di Guardiola, vicina ai tenimenti di Torremaggiore, Castelnuovo, Casalvecchio, Pietramontecorvino e Lucera. Con il primo atto, risalente al 1776[82], vengono intestate a nome di Donato d’Alena, 100 pecore nella località di Candelaro; nel 1807[83] Donato censisce terreni nella posta Cantigliano di Candelaro, contratto che viene rinnovato nel 1817[84], mentre un atto dell’anno successivo lo vede ancora censuario di quel luogo[85]. Il contratto venne rinnovato ancora nel 1820[86], per la somma di ducati 173.93, e nel 1840[87] i suoi eredi vengono risarciti  per i danni causati dalla dissodazione abusiva di alcuni terreni della posta Cantigliano di Candelaro.

        Il primo documento che riguarda la locazione di Guardiola è datato 1735[88] e riguarda il sacerdote D. Geronimo d’Alena che cede 100 pecore “reali fisse” locate in Guardiola a Domenico Salotto. Negli anni seguenti troviamo, invece, il nome di Filippo d’Alena che cede 50 pecore “reali fisse” a Giuseppe Lauro di Sant’Elia[89], mentre nel 1759[90], unitamente ai fratelli, ricorre per la prelazione degli erbaggi., causa che lo impegna, insieme a Domenco Antonio Fazioli di Frosolone, contro Savino Traversa di Canosa, anche nel 1775[91]. Negli anni successivi, la locazione di Guardiola è legata al nome di Donato con l’intestazione di 200 pecore, nel 1780[92], e relativa cassazione del nome di Donato Pericolo, mentre è del 1786[93] la causa civile che vede “il barone Donato d’Alena di Frosolone contro i balivi di Pietramontecorvino per l’indebito sequestro di alcuni buoi in locazione di Guardiola”.

        Altra locazione richiamata in due documenti, uno del 1770[94] che riguarda l’intestazione a nome di Pompilio d’Alena di 200 pecore in quella locazione, e l’altro del 1773[95] che riguarda l’intestazione di 300 pecore reali fisse “al nome del barone Donato d’Alena di Frosolone, e cassazione del nome di Pompilio d’Alena dalla detta locazione”.

        La locazione di Castiglione è nominata in un documento del 1745[96] relativo all’intestazione di 80 pecore a Nicolò d’Alena.

 Viene, infine nominato “San Leucio” in due documenti, il primo del 1823[97] che riguarda la causa di Domenicantonio contro Bartolomeo Ricciardelli ed Anna Maria Angelone per l’apertura abusiva di un tratturello nel “terzo di San Leucio”, l’altro del 1835[98], dal quale si evince che “L’intendente Lotti, in nome del tavoliere, concede in perpetua enfiteusi a Domenicantonio d’Alena di San Pietro Avellana carra 10 e versure 18 di terre a pascolo in Farano, Posticchia di Farano e San Leuci”. La posta di Farano viene anche nominata nel documento degli atti di un processo del 1828[99], nel quale si legge “Il barone Domenico Antonio d’Alena di Frosolone e Bartolomeo Ricciardelli di Pescocostanzo contro il direttore del Tavoliere per la misurazione, titolazione e suddivisione di terreni nella posta e posticchia di Farano”.

        Infine, per la locazione di Casalnuovo, le fonti d’archivio ci portano a conoscenza del fatto che nel 1741[100], insorse “controversia fra i locati della locazione di Casalnuovo e Nicola Mascione di Torella, barone di Castelluccia e Domenico Antonio d’Alena di Frosolone, barone di Vicenna circa il diritto di questi di essere ascritti a detta locazione”.

  

 Intestazione di “pecore reali fisse” a Donato d’Alena, nella locazione di Orta

 

 

4. Domenico Antonio d’Alena, capostipite del ramo di San Pietro Avellana

 

      Agli inizi del 1800, il ramo primogenito dei d’Alena di Frosolone, rappresentato da Domenicantonio, si trasferisce in San Pietro Avellana. Il paese dell’alto Molise era all’epoca un feudo ecclesiastico ed era sede di un monastero dipendente dall’Abbazia di Montecassino.

        L’epoca del trasferimento dovrebbe essere compresa tra il 1805 ed il 1809, considerato che il terzogenito di Domenico, Antonio, sacerdote, nacque a Salerno nel 1805[101], mentre il quartogenito, Francesco Paolo Gaetano, anche lui sacerdote, nacque a San Pietro Avellana il 22 febbraio del 1809[102].

        Domenicantonio d’Alena, nacque a Frosolone il 16 luglio del 1771. Nel 1796, all’età di 25 anni era capitano dei granatieri nel reggimento di fanteria Principe. Partecipò a molti fatti d’armi e nel 1799 fu presente all’assedio di Capua. Tra il 1804 ed il 1806 era maggiore nel battaglione Cacciatori Campani ma in seguito alla vittoria delle armi francesi rifiutò di prestare servizio per Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, conservandosi fedele al giuramento fatto al re Ferdinando. Al ritorno di quest’ultimo sul trono fu riammesso il 19 ottobre 1815 nel reggimento Principe Leopoldo. Tuttavia poiché nel trattato di Casalanza furono riconosciuti e garantiti i gradi che gli ufficiali avevano acquisito nel decennio in cui avevano seguito le bandiere di Francia, egli fu reintegrato con il vecchio grado di capitano, sebbene fin dal 22 maggio 1804, con speciale dispaccio del re Ferdinando gli era stato promesso il grado di maggiore pei particolari servigi resi da lui. Fu così che chiese ed ottenne il ritiro, col grado di maggiore nell’anno 1816. Tornò a San Pietro Avellana dove aveva soggiornato durante l’occupazione francese, e vi stabilì definitivamente la sua residenza. Negli anni a seguire il Governo continuò a dimostrargli fiducia, affidandogli altri incarichi di natura militare, specialmente in Sulmona. Domenicantonio, sposò Teresa figlia del colonnello dell’esercito napoletano, Giuseppe de Corné[103], discendente da nobile famiglia toscana[104].

        I primi anni in San Pietro Avellana, la residenza della famiglia fu stabilita inizialmente in via della Trinità[105] (1809), e successivamente in via Fontana Grande (1811), poi in Strada Palazzo (1813, 1819) ed infine in Strada del Suodo (1821). Quest’ultimo domicilio altro non era che l’antico palazzo nel quale abitava il padre rettore del monastero di San Pietro Avellana. Il 2 agosto del 1806, Giuseppe Bonaparte aveva promulgato la famosa legge che aboliva la feudalità, e D. Saverio del Balzo, padre rettore all’epoca, temendo le intemperanze della folla ma anche le efferatezze dei soldati francesi, dopo aver raccolto importanti documenti ed oggetti preziosi, era fuggito per cercare un rifugio più sicuro tra le mura di Montecassino. Anche il palazzo, che sorgeva in adiacenza alla Chiesa Madre, venne abbandonato ed in seguito a questi eventi, la famiglia di Domenicantonio occupò gli edifici appartenenti all’ex monastero. Una prima testimonianza in questo senso ce la fornisce il Dr. Eugenio Jannone[106] il quale afferma: “Infatti con istrumento del 12 dicembre 1849, approvato con regio assenso, il nostro monastero fu ceduto da quello di Montecassino, al barone Federico D’Alena, che lo acquistò in enfiteusi perpetua ed irrevocabile, per l’ammontare annuo di un canone di ducati 43,97. Abbattuto il vecchio cenobio, su di esso fu costruito il palazzo baronale dei D’Alena, distrutto dai tedeschi nel 1943”. Una precedente testimonianza ci viene data dal privilegio che la moglie di Domenico Antonio, Teresa Corné ottenne nel 1842 da Papa Gregorio XVI; oggetto del privilegio era la possibilità di seguire le funzioni religiose dalla finestra che dal palazzo affacciava direttamente sull’altare maggiore della chiesa parrocchiale, e che veniva probabilmente già usata a questo scopo dai padri rettori. In particolare in un passo della bolla si legge chiaramente che la famiglia della richiedente risiedeva nel palazzo adiacente alla chiesa parrocchiale e che da anni nella parete era stata aperta una finestra per consentire ai suoi abitanti di seguire le funzioni religiose: “Familiam suam multis ab hinc annis domum inhabitare parochiali Ecclesiae oppide S. Pedri de avellana abbatiae ejusdem praximam, qua ex anni memoria actatun in pariete fenestram habe crate munitam, quo facilius illius incolae sacra possent audire.” Un atto notarile rogato dal Notaio Domenico Filippo Carugno di Capracotta, di soli due anni successivo[107] recita: “(…) nella casa palazziata abitata dalla comparente signora Corné, sita Strada del Suodo attaccata alla Chiesa Matrice (…)”.

        Esisteva anche un altro palazzo, che era situato alle spalle della Chiesa Matrice. E’ ancora il Dr. Jannone a fornircene testimonianza, parlando delle mura che cingevano il monastero di San Pietro Avellana[108]: “la torre principale fu costruita lì dove attualmente si trova il Palazzo d’Alena”. Infatti la ‘torre’ del monastero, che è stata riportata alla luce alcuni anni addietro, si trova letteralmente attaccata al lato nord della chiesa matrice e dista solo pochi metri dalla casa attualmente abitata dai discendenti di Giuseppe d’Alena (1847-1924), che fu ricostruita sulle macerie del palazzo che andò distrutto, insieme al resto del paese, durante il secondo conflitto mondiale. La strada adiacente alla torre ed all’ex palazzo, si chiama appunto via Torre. Questo secondo palazzo aveva però l’ingresso sull’attuale via Santa Liberata, mentre su via Torre si aprivano i fondaci.   Nel palazzo esisteva una piccola cappella con altare ed altre suppellettili in legno, opera di artigiani pugliesi che Cristina portò con sé quando da San Severo venne in sposa al cugino Federico, figlio di Domenicantonio. L’arredo della piccola cappella era fornito di mobili con ante apribili, all’interno dei quali si conservavano i paramenti sacri che il sacerdote indossava durante la funzione.

        La famiglia di Domenicantonio e di Teresa Corné risultava essere così composta:

a)    Giuseppe (1793 – 1830: premorto al padre);

b)    Raffaele (1801 – 1829: premorto al padre);

c)    Antonio (1805 – 1892): sacerdote;

d)    Francesco Paolo Gaetano (1809 – 1873): sacerdote;

e)    Anna Maria (1811 – 1839);

f)      Federico (1813 – 1892);

g)    Pietro Flaminio Scipione (1819 – 1890);

h)    Eugenio Luciano (1821 – 1876);

D. Antonio d'Alena (1805-1892) in un disegno di Roberto di Jullo.

 Domenico Antonio, nel 1821, fu istitutito erede dallo zio, il barone Lorenzo Angeloni di Roccaraso. Costui, infatti, non avendo discendenti, istituì eredi in parti uguali i figli delle sue due sorelle (Domenicantonio d’Alena e Maria Giuseppa, e Bartolomeo Ricciardelli) e l’altra sua sorella Anna Maria Angeloni (questa a sua volta lascio la sua eredità alla nipote Maria Giuseppa). In questo modo i feudi degli Angeloni che erano il quarto di S. Giovanni di Montemiglio, e parte di quello di Bralli andarono a Domenicantonio che in seguito ottenne anche la quota della sorella Maria Giuseppa che l’istituì suo erede. Domenicantonio d’Alena morì il 26 agosto del 1837[109], a San Pietro Avellana.

        Suo successore nei titoli fu Federico. Egli nacque a San Pietro Avellana il 13 giugno 1813. Fu vice-pretore comunale per quasi cinquant’anni, e ricoprì un incarico come sindaco nel paese natio nel 1850[110]. Sposò in prime nozze D. Carolina Frangipani, di D. Francesco Saverio, duca di Mirabello, la quale però morì nel 1838 all’età di 35 anni, senza lasciare discendenza. Convolò a seconde nozze con la cugina Cristina d’Alena, figlia di Giuseppe e di Maria Atonia Faralla. Cristina, rimasta da poco orfana del padre, viveva con la madre a San Severo[111]: il Notaio Lorenzo di Ciò, nel suo libretto a stampa, Dei feudi e titoli della Famiglia d’Alena, la ricorda così: “(…) era una bella e buona signora, morta giovanissima ed ancora rimpianta da tutto il paese”. Federico e Cristina si sposarono il 27 luglio del 1844, e le nozze furono celebrate nella Chiesa di San Giovanni in San Severo. La cappella in legno che si trovava nel palazzo di via Torre, faceva parte della dote che Cristina portò con se dalla Puglia. Ebbero quattro figli, Domenico Antonio (n. 1845), Giuseppe Antonio (1847 – 1924), Elisabetta e Filomena.

        La morte di Cristina, rappresentò una gravissima perdita per la famiglia e soprattutto per i figli di cui il più grande aveva poco più di dieci anni. Forse anche per questo motivo, Federico si sposò per la terza volta con un’altra sua cugina residente in Frosolone, Doristella, figlia di Francesco e di Elisabetta de Capoa. Da lei ebbe altri quattro figli, Francesco (1863 – 1897), Luigi (1863 – 1891), Ferdinando (n. 1865) e Lorenzo (n. 1867). 

        Il fratello di Federico, Pietro Flaminio Scipione, fu sindaco di San Pietro Avellana tra il 1860 ed il 1861. Proprio in questo periodo giunse a San Pietro Avellana una compagnia di circa 160 garibaldini, comandati dal De Cristinis. Costui, forse perché il sindaco era rimasto fedele al governo legittimo dei Borbone ed era quindi considerato un reazionario, pensò bene di catturarlo e tradurlo a Roccaraso dove sarebbe stato fucilato. Insieme a Pietro furono condotti in Roccaraso anche Fernando Perilli ed alcuni membri della famiglia Salvatore, tutti rei di fedeltà al governo borbonico.

        Fortunatamente Federico d’Alena approfittando della parentela che legava la sua famiglia a quella dei baroni Angeloni di Roccaraso, e forse soprattutto confidando nell’influenza che il barone Giuseppe Andrea Angeloni, noto liberale che finanziò anche l’impresa dei ‘Mille’, avrebbe potuto esercitare sul De Cristinis, fece giungere il suo appello d’aiuto in Roccaraso alla Baronessa, la cui intercessione fu determinante per scongiurare il pericolo imminente della fucilazione. I “prigionieri” furono tutti liberati, tranne Fernando Perilli che era già stato rilasciato dietro pagamento di un “riscatto” di duecento ducati.[112]

        Pietro sposò il 29 novembre del 1838, nella Chiesa dei SS. Pietro e Paolo in San Pietro Avellana, Agata Giulia Ricciardelli[113] di Pescocostanzo, figlia di D. Bartolomeo e di D. Susanna Nanni dei baroni di Roccascalegna[114]. Dal loro matrimonio nacquero quattro figli: Giuseppina Nicolina (n. 1839), Mariannina Filomena Giovanna (n. 1840), Giovannina Battista Gaetana (n. 1843), Emiddio Francesco (n. 1850) che sposò Concettina de Tiberiis di Manoppello.     

 

Il Suodo, attuale l.go della Chiesa in San Pietro Avellana, sito dove sorgeva il palazzo d’Alena (l’edificio ed il portale nella fotografia sono opera della parziale ricostruzione postbellica)

Palazzo d'Alena a San Pietro Avellana, in una foto d'epoca, prima della distruzione avvenuta nel 1943.

L’ultimo loro fratello, Eugenio Luciano, (1821 – 1876), sposò il 3 novembre del 1850, Aurora Mariani[115] di Giuseppe e Concetta Di Cianno. Eugenio inviò al Duca Sforza Cesarini, richiesta di ammissione all’Ordine dello Speron d’Oro[116]. Ebbe tre figli Agata Teresa (n. 1853), Norberto (1866 – 1870), e Salvatore Luciano Amico (1858 – 1928), che sposò Maria Luisa Mondi di Pettorano sul Gizio.

Piante relative al piano terra, primo e secondo piano de Palazzo d'Alena in via Suodo o L.go della Chiesa, redatte dall'Ing. Donato d'Alena.

 

4.1. I discendenti di Federico d’Alena, dalla fine del XIX secolo ad oggi

               

Alla morte di Federico d’Alena, avvenuta il 14 marzo 1892, i titoli di barone di Vicennepiane, Bralli, San Martino e S. Giovanni di Montemiglio (quest'ultimo per successione Angeloni), passarono al suo primogenito Domenico Antonio. Egli era nato a San Pietro Avellana il 22 maggio del 1845, e viveva insieme al fratello, Giuseppe Antonio (1847 – 1924), nel palazzo in via dietro la Torre (attuale via Torre). Così lo descrive il Notaio Lorenzo di Ciò: "... nato ai 22 Maggio 1845 ed attuale barone di Vicenne piane, S. Martino, Bralli e S. Giovanni, è il vero tipo del gentiluomo. Nella fanciullezza aveva una naturale inclinazione pel disegno, sicché riprodusse a penna in un grosso libro diverse specie di animali, in modo meraviglioso. Si diletta di caccia, non ha voluto mai saperne di cariche pubbliche che gli si sono offerte, in vano, più volte e mena, malgrado le sue ricchezze, vita ritirata e modesta."

     Sappiamo che nel 1891, con atto del medesimo notaio di Ciò[117], i fratelli nati dal secondo e dal terzo matrimonio di Federico d’Alena avevano provveduto a dividere il patrimonio paterno, ed il palazzo di via Torre era spettato ai germani Domenico e Giuseppe.     Essi conservarono il loro patrimonio comune ed indiviso fino al 1925 quando si provvide a ripartirlo in due quote di pari valore, tra Domenico e gli eredi del fratello Giuseppe.

 

Ricostruzione del Palazzo d’Alena in via Torre

 

   All’inizio del nuovo secolo (1900), Domenico presentò istanza per il riconoscimento del titolo di barone di Vicennepiane, Bralli alias Varavalle, S.Martino e S. Giovanni alias Montemiglio[118].

       E' opportuno ricordare la dedica del notaio Lorenzo di Ciò, a D. Domenico d'Alena nel presentargli il libro "Dei feudi e titoli della famiglia d'Alena":

All'Illust.mo
Sig. Barone D. Domenicantonio d'Alena
S. Pietro Avellana, 16 giugno 1896

 

        Illustrissimo Signore
     I Notari antichi che dell'oziare non si dilettavano, anziché lasciar seccare il calamaio come quel loro collega di Perledo, di cui parla il Grossi, usavano scrivere le cronache dei Comuni e delle nobili famiglie loro contemporanee. Ma essendo ciò caduto in disuso da molto tempo, certo vi sorprenderà il vedere questo scritterello nel quale io ho parlato dei feudi posseduti dai vostri maggiori ed ho cercato di dimostrare, con nessun altro argomento che la semplice e nuda narrazione desunta da documenti inoppugnabili, che se i feudi stessi furono aboliti, i relativi titoli nobiliari sussistono ancora e legittimamente vi appartengono.
     Mi riteneva dallo scrivere il pensare che voi non ci tenete a queste cose, seguendo la massima del Giusti:
...l'uomo
Sia un uomo e un galantuomo
E del resto transeat; 
            
ma poi mi ha confortato il riflettere che se alle doti di gentiluomo si aggiunge un titolo nobiliare, esso non le guasta, anzi le adorna come una gemma incastonata in un anello; e che dalla sua nobiltà di sangue anche il massimo poeta italiano si gloriò perfino nel Paradiso.
... là dove appetito non si torce.
    Spero che non isgradirete il modestissimo mio lavoro.
    Con la massima stima, mi proffero
                                                                         Vostro Dev.mo
                                                                   NOTAR LORENZO DI CIO'

       

 

    Negli ultimi anni della sua vita Domenico si trasferì a Castel di Sangro, presso i nipoti Corrado. Morì celibe senza discendenti diretti. La discendenza fu invece assicurata dai rami rappresentati dal fratello germano Giuseppe e dai consanguinei Ferdinando e Lorenzo.

Giuseppe d'Alena, Barone di Vicennepiane, S.Martino, Bralli e S. Giovanni Montemiglio (1847-1924)

         Giuseppe Antonio Raffaele Giovanni nacque a San Pietro Avellana il 21 giugno del 1847 e rimase presto orfano della madre Cristina. In età adulta si legò sentimentalmente a Domenica Mariani, figlia di Berardino Gaetano e Angiola Carlini.

Domenica Mariani (n. 1852), con i figli Maddalena e Gaetano Alfonso

Dalla loro unione nacquero:

a)    Maddalena: sposò il barone Oreste del Monaco, fu Diodato, dell’antica famiglia di Vastogirardi, feudataria di Pescopennataro e Sant’Angelo del Pesco. La loro discendenza è oggi rappresentata dai loro nipoti Fabrizio e Franco, figli di Federico, dottore in giurisprudenza, che vivono a Roma;

b)    Gaetano Alfonso (1887 – 1968): sposò (25/06/1923, Chiesa di S.Emidio, Agnone) la gentildonna[120] Lida Carugno (antica famiglia di Capracotta

Gaetano Alfonso di Sanza d'Alena (1887-1968)

    appartenente al ceto civile, discendente dal M.co Amicantonio, 1712-1799), figlia di Pietro e di Ernesta Antenucci. La loro discendenza è oggi rappresentata dal figlio Giuseppe Pietro Domenico (n. 1926; aveva una sorella Maria Domenica, che morì in tenera età) e dai suoi figli nati dal matrimonio con Laura Maria di Tella (n. 1927): Lida Maria, Anna Maria Rita ed Alfonso, attualmente residenti a Vasto in Abruzzo.

Giuseppe Pietro Domenico di Sanza d'Alena (n. S. Pietro Avellana, 1926)

 

c)    Eledoina sposò Paolo Lo Forte. L’attuale discendenza è rappresentata dai loro nipoti Silvana, Paolo, Massimo e Maria Grazia, figli di Emilia che sposò Evangelista di Sulmona.

Questo ramo, tuttavia, non porta più il cognome avito. Infatti Domenica Mariani e Giuseppe d’Alena non poterono mai vedere riconosciuta ufficialmente la loro unione poiché Domenica risultava essere già sposata civilmente con Desiderio Di Sanza che  nonostante fosse emigrato oltreoceano senza fare più ritorno a San Pietro Avellana, per le leggi in vigore all’epoca, conservava la qualità di marito legittimo. In quegli anni, infatti, vigeva il Codice Civile del 1865 che, contrariamente ad oggi non conosceva l’istituto del divorzio ed anzi affermava (art. 148) “Il matrimonio non si scioglie che colla morte di uno dei coniugi”. Non solo, ma i figli nati in costanza di quel matrimonio, acquisivano il cognome della persona che risultava essere il marito legittimo, senza avere più alcuna possibilità di riconoscimento da parte del padre naturale. La disciplina allora vigente, era infatti molto ostile nei confronti dei figli naturali. Basti ricordare, ad es. ciò che stabiliva l’art. 180 “Non possono essere riconosciuti: 1) i figli nati da persone di cui anche una soltanto fosse al tempo del concepimento legata in matrimonio con altra persona”, ed a complicare ulteriormente le cose interveniva anche l’art. 195 che poneva un ulteriore divieto stabilendo che i figli che non

         

Sigilli per ceralacca con le iniziali di Giuseppe d’Alena (Archivio privato di Sanza d'Alena)

potevano essere riconosciuti, non potevano essere nemmeno legittimati, né per conseguente matrimonio, né per Decreto Reale. Dunque la discendenza di Giuseppe d’Alena da quel momento acquisì irrimediabilmente il cognome Di Sanza. L’attuale disciplina legislativa che permette, invece, il riconoscimento dei figli naturali, fu introdotta solo con la riforma del diritto di famiglia nel 1975: troppo tardi, perché a quella data nessuno dei tre fratelli era più in vita.

Ferdinando d’Alena, fratello consanguineo di Giuseppe (n. 1865) ebbe quattro figli:

a)      Luisa: la sua discendenza è attualmente rappresentata dalla figlia Marilena Pagliaro;

b)      Maria;

c)      Vittorio: i suoi figli Pietro e Fernando risiedono ancora in San Pietro Avellana;

d)      Ruggero, la cui attuale discendenza è rappresentata da Ferdinando che ha sposato Emilia Masneri, dal cui matrimonio sono nati Ruggero, Eva ed Alessandra.

Lorenzo nato nel 1867, sposò Giovanna di Ciò, figlia del Notaio Lorenzo. Dalla loro unione nacquero:

a)    Cristina Giuseppina Filomena: sposò Pasquale Fioriti;

b)    Doristella (1895 - 1926): sposò l'Ing. Michele Meccia di Castelverrino, dal cui matrimonio nacquero Pasqualino e Vincenzo.

c) Federico (1900 – 1969): fu Direttore Generale dei Servizi di Ragioneria dell’INPS, a Roma;

d)    Alessandro (1904 – 1984);

e)    Amico (1905 – 1999): sposò Elginia Di Florio;

f)    Filomena (1911 – 1993): sposò il Mar. Goffredo Pizzotti. La loro attuale discendenza è rappresentata da Gabriele, Mar. E.I., e dalle sue figlie, nate dal matrimonio con Rosa Maria Ciccotelli, Silvia e Francesca;

g)  Antonio (1916 – 1978): sposò Lidia Zarlenga. Dal loro matrimonio nacquero Lorenzo (1956) e Giovanna (1957), attuali discendenti. Dal Matrimonio di Lorenzo con Angela Iaciancio è nata Adele d'Alena, mentre sua sorella Giovanna, ha sposato Massimiliano Picchi, da cui ha avuto Valerio e Chiara;

 

Lorenzo d'Alena (n. 1867) con le figlie (da sin.) Cristina (n. 1897) e Doristella (1895-1926)

 

 4.2. I discendenti di Giuseppe d'Alena: il ramo di Sanza d'Alena (v. nota)

 

 Gaetano Alfonso di Sanza d'Alena, nacque il 4 luglio del 1887, a San Pietro Avellana, dal Barone D. Giuseppe Antonio d'Alena e Domenica Mariani di Sanza, nel palazzo posto in via Torre che D. Giuseppe condivideva con il suo fratello primogenito, D. Domenico Antonio, Bar. di Vicennepiane. Gaetano Alfonso (il secondo nome divenne quello con il quale tutti lo avrebbero successivamente identificato) trascorse la sua infanzia a San Pietro Avellana, nella casa paterna, insieme alle sue sorelle germane Maddalena e Ledoina. La sua educazione fu affidata a precettori privati, com'era usanza dell'epoca, che lo iniziarono sia allo studio delle lettere che della musica, arte alla quale si applicò suonando il violino.

Gaetano Alfonso di Sanza d'Alena, Barone di Vicennepiane, S. Martino, Bralli e S. Giovanni Montemiglio (1887-1968)

 

In occasione del primo conflitto mondiale, venne impegnato al fronte, con il 17° Reggimento di Fanteria (Brigata Acqui), dal 16 novembre 1915, fino al 14 febbraio 1919. Tornato a San Pietro Avellana, si occupò dell'amministrazione delle proprietà di famiglia, fra cui era compreso il territorio ex feudale di Vicennepiane. In questi anni conobbe Lida Carugno di Capracotta (fu Pietro ed Ernesta Antenucci) che sposò ad Agnone, nell'antica Chiesa di S. Emidio il 25 giugno del 1923. A questi lieti eventi seguirono due episodi tristi, la morte del padre, avvenuta il 3 gennaio del 1924, e quella della loro primogenita, Maria Domenica, di appena un anno di vita. La morte del genitore comportò la necessità della divisione dei beni con lo zio D. Domenico Antonio d'Alena, XV Barone di Vicennepiane, poiché questi erano indivisi con quelli del suo fratello germano D. Giuseppe (per una descrizione dei beni, v. paragrafo precedente). Ciò avvenne il 20 agosto del 1925 con atto per Notar Modestino Frazzini: nell'atto è specificato che Alfonso riconosceva di sua esclusiva spettanza alcune posizioni debitorie gravanti sull'eredità paterna, e che pertanto le stesse dovevano considerarsi come gravanti sulla suo quota di eredità. Tali debiti onorò anche con l'indispensabile e gratuito aiuto del cugino D. Federico d'Alena (1900-1969, fu Lorenzo e Giovanna di Ciò). Pochi mesi dopo, il 28 novembre 1925, si provvide anche alla pubblicazione del testamento di D. Giuseppe d'Alena (olografo del 30 agosto 1921), che istituiva come suo erede universale l'unico figlio maschio, Gaetano Alfonso di Sanza d'Alena (con successivo olografo del 19 agosto 1923, Giuseppe inserì nel testamento anche le altre due figlie, disponendo che i 4/6 di tutti suoi beni andassero ad Alfonso, ed i restanti 2/6 fossero divisi in parti uguali tra le sorelle Maddalena e Ledoina. Stabilì, inoltre, che una quota pari a 2/6 gravante sui 4/6 di Alfonso, spettasse in usufrutto assoluto alla madre Domenica Mariani). Con quest'atto Alfonso diveniva anche successore ed erede in base alle disposizioni (conformi alla natura di feudi ex jure longobardorum) contenute negli antichi atti di concessione dei feudi di Vicennepiane, Bralli e S. Martino  e che, per consolidata consuetudine della famiglia d'Alena sono stati sempre trasmessi al maschio primogenito tramite istituzione d'erede universale (v. 'Storia dei feudi della famiglia d'Alena'). L'anno seguente e precisamente il 29 aprile del 1926, nasceva, sempre nel palazzo d'Alena in via Torre, il suo primo ed unico figlio maschio a cui dava il nome di Giuseppe Pietro Domenico. In seguito Alfonso, continuò ad occuparsi della direzione dell'azienda agricola che aveva sede in località Pezzamurata nel territorio in cui si estendeva l'ex feudo di Vicennepiane e fu, per alcuni anni, Presidente della locale sede della Confagricoltura.

Intanto la riforma del regime della mezzadria e l'inizio del secondo conflitto mondiale comportarono un momento di arresto dell'attività dell'azienda, che smise di essere attiva e divenne sicuro rifugio della famiglia, soprattutto quando l'esercito tedesco, ritirandosi sul fronte del fiume Sangro, distrusse completamente l'abitato di San Pietro Avellana, nel 1944. Da quell'epoca, fino alla ricostruzione, la famiglia rimase in quella che un tempo era una delle masserie del feudo di Vicennepiane.

Nel frattempo Giuseppe Pietro Domenico, aveva frequentato a Pescara l'Istituto Magistrale e si era iscritto alla facoltà di Lingue Straniere presso l'Università di Napoli, e mentre frequentava sostenne il concorso per l'insegnamento nelle scuole elementari, divenendo titolare. Nell'agosto del 1950, sposò a Roma, Laura Maria di Tella (n. S. Pietro Avellana, 16 agosto 1927) di Eliseo, cav. O.M.R.I. e Venusta di Muzio), anche lei vincitrice del concorso per insegnante nelle scuole elementari, mentre frequentava l'Università di Lingue Straniere a Roma.

Giuseppe e Laura di Sanza d'Alena, Roma 30 luglio 1950

Negli anni '60, il nucleo familiare composto da Giuseppe, Laura e dalle loro due figlie, Lida Maria ed Anna Maria Rita, trasferì la propria residenza sul litorale abruzzese a Vasto. Qui li seguì anche Alfonso, ormai anziano e rimasto vedovo dal 12 dicembre 1959. San Pietro Avellana (paese dell'Alto Molise posto a circa 1.000 m di altitudine) rimase da allora il luogo dove si tornava per trascorrere le vacanze estive, al riparo dal caldo della costa abruzzese. Il 26 maggio del 1968 Gaetano Alfonso, si spegneva a Vasto, all'età di quasi 81 anni. L'anno successivo nasceva, sempre a Vasto, il nipote a cui veniva dato il nome di Alfonso Maria Pietro.

 

4.3. Altri rami con i  quali non è stato ancora possibile accertare il  collegamento genealogico.

 

Esistono altri rami che discendono sicuramente dai d’Alena di Frosolone, il cui legame genealogico, tuttavia, al momento della pubblicazione di queste pagine, non è stato ancora comprovato.

        A Frosolone, ad es. ci sono ancora alcune famiglie con questo cognome, che probabilmente discendono da qualche ramo rimasto in paese (ciò si desume anche dal fatto che risiedono in località che erano di proprietà della famiglia e furono oggetto di divisione con i rami rimasti nel pese d'origine).

        A Campobasso, a fine ‘800 visse Michele d’Alena . Fu autore di due libri, Corpus Domini in Campobasso: cronaca e note illustrative e Il contado di Molise ed i suoi signori: pagine di storia e di cronache dall’anno 670 al 1240. Appartenne alla loggia massonica denominata Aurora Boreale ed a Campobasso esiste una strada a lui intitolata.

        Giuseppe d’Alena (potrebbe trattarsi del figlio di Filippo e Maria Coccopalmieri, oppure del figlio di Francesco ed Elisabetta de Capoa), sposò D. Elena Palmieri dei marchesi di Monferrato. Vissero sicuramente in Campobasso dove la moglie D. Elena Palmieri scrisse e pubblicò un libro, precursore degli odierni principi sulla pari opportunità e sicuramente rivoluzionario per l’epoca Dei diritti dell’uomo e della donna. La forza del potere delle autorità della legge nel foro.

 

      4.4. I d'Alena di Limosano

 

Un altro nucleo della famiglia d’Alena si sviluppò a Limosano, dove viveva Donato Antonio con la sua famiglia composta dalla moglie Maria de Perrocco e le tre figlie Laura, Silvia ed Angelica. Donato morì nel 1605, istituendo eredi universali e particolari le figlie minori, e nominando tutori e curatori delle stesse suo padre, Giovanni Battista de Alena, e la moglie Maria. Un atto datato 24 ottobre 1605 (cfr. Limosano nella storia di F. Bozza, pagg. 200-203), relativo all’inventario dei beni mobili ed immobili del defunto Donato Antonio, rivela che la famiglia apparteneva alla ricca borghesia “agricola” molisana.

Tra i beni immobili elencati nel citato documento appaiono:

-   una casa sita nel centro di Limosano in piazza delle fucine composta di membri nove superiori ed inferiori con un bottaro terraneo ed una stalla;

-   un pezzo di territorio con querce di pota venti circa, in località detta Dirriporri;

-   una casa con bottaro, stalla ed altre, acquistate con patto di retrovendendo dal dottor Giovan Giacomo Covatta per 350 ducati;

-   una masseria con territorio in località Cese sopra delli Ranalli;

-   terreni, acquistati con patto di retrovendendo da Giuseppe d’Augusto;

-   masseria e terreni siti in Fonte Cremanera (in seguito Primavera), acquistati con patto di retrovendendo da Gregorio e Cesare Ranallo di Limosano, per 100 ducati;

-   terreni con querce ed olivi acquistati per il prezzo di 50 ducati da Caterina Bonadie e Leonardo del Gobbo;

-   una casa con molti membri comperata da Geronimo Catarina di Montagano;

-   una stalla o bottaro in abitato di Limosano

-   una casa consistente in due membri fuori la porta del borgo comprata da Giovanni Anselmo;

-   metà di una casina con orticello e terreno fuori la porta del borgo che fu di Minichillo del Gobbo comprati al lume di candela come appare negli atti della corte.

Dal citato documento, appare anche la rete di rapporti economici che, in forma di società per l’allevamento di ovini e suini, Donato d’Alena di Limosano aveva intessuto con altri abitanti della zona. Egli, infatti, possedeva una società di 100 pecore con Galante e Pietro Mautone di S.Angelo, una società di 10 porcastre o scrofe femmine con Antonio Piccino di Montagano, a cui erano state date per tre anni dallo stesso Donato Antonio, una società a tre anni di scrofe con Pietro di Jacobo di S.Angelo Limosano, nonché una precedente società di pecore e capre con Giovanni Cola Cipriano.

All’atto dell’inventario risulta che Donato d’Alena possedeva i seguenti animali: buovi numero tre uno di pelo nero di anni dieci circa e due altri di pelo marrone, tutti e due di anni cinque circa; una giumenta vecchia di pelo bianco, zoppa, che non vi si può faticare; pecore numero ottantadue tra crape e pecore.

Tra le attività economiche, oltre l’allevamento, la famiglia d’Alena di Limosano effettuava l’esercizio del credito mediante prestito. All’interno di un libro grande e composto di carta di Coiro, insieme a polizze, liste e notamenti vi erano annotate anche le partite di denaro dato in prestito a censo al dieci per cento. Nel “libro dei crediti” risultavano inseriti:

-    Crescenzo di Campobasso tiene a censo ducati sessanta;

-    Gianpaolo Luongo tiene a censo ducati sessanta;

-    Notaio Domenico Covatta tiene a censo ducati cinquanta;

-    Università di S.Angelo Limosano tiene a censo ducati cento;

-    Università di S.Biase tiene a censo ducati cinquantacinque;

-    Cianne Anselmo per il prezzo di una giumenta ducati ventinove e mezzo;

-    i partitari di Bagliolo obbligati per ducati settantacinque;

-    i partitari di San Biase obbligati per ducati quarantatre;

-    Giovanni Battista Corvinella per il prezzo di un bove ducati dieci;

-    Giuseppe d’Augusto per il prezzo di una Bacca ducati venti;

-    Giovan Berardino Fattorino e Felice di Limosano, (abitante nella Terra della 

        Ripa de Limosano) per ducati 10;

-    Losito di Agnone per il prezzo di una somara ducati sedici;

-    I censi baronali per la somma di ducati 200.

Ma il documento del 1605 è interessante anche perché consente di avere un’idea del modo in cui si svolgeva la vita in una casa della ricca borghesia seicentesca, poiché riporta dettagliatamente tutti gli oggetti, dalle suppellettili agli abiti, presenti in casa di Donato Antonio de Alena al momento in cui venne fatto l’inventario. E’ anche interessante vedere i termini usati per descrivere i vari oggetti. A tal fine si riporta fedelmente parte dell’inventario così come risulta pubblicato sul citato libro del Bozza: “(…) uno scanno nuovo per sedere di palmi cinque circa di altezza e quattro di lunghezza circa, una catena di ferro appesa al fuoco, una paletta di ferro, uno paio di tenaglie di ferro per il fuoco, una spatorcia ed una fascina di ferro ugualmente per il fuoco.(…) due Barde per Cavalli nuove: una, coperta di pelle di capra, e l’altra senza pelle. Anche una sella per cavalli vecchia. quattro predole per sedere. Una callara usata grande.Una cottora ed una cottrolluccia per appendere. Una tina di rame per andare all‘acqua. Due cocchiare per maccaroni: una prisciana, ed una di rame. Due fressore grandi di ferro. Due pizunetti: uno di abronzo, ed uno di rame.Uno appicaturo per botti uno tamburro di tavole nuove fatte calare al pesolo lontano, due setacci per cernere farina, due letti formati da due materazzi usati, lenzuoli e lenzuoli, due sacconi usati, quattro lenzuola, due piumacci pieni di penna con vestitura dentro, due coperte nuove di lana: una di color rosso e l’altra bianca, uno baguglio usato con molte e quasi pieno di scritture dentro con cinque liberatorie all’erariato, lettere, libri di esigenza di grano, denari ed altri, uno cassapane grande pieno di piatti bianchi mezzani e piccoli, un cascione piccolo usato, uno cascione grande usato, una matasca usata per fare il pane, due boffette di nove nuove, quattro botti che stanno dentro il bottaro per Giovanni di Basco, camerario, di paia venti circa ognuna, quattro altre botti: due di paia venti e due di paia dieci circa, due muteni di paia due, un’altro scanno vecchio dove se fa il fuoco al pesolo di sotto, due altri cascioni usati piccoli due anche nuovi: dentro di uno ci sono quattro lenzuola nuove con selle bianche, due sponsieri di lino: uno con selle buone e le altre di lana listato in mezzo, uno ancinaro, quattro frisconi per tener vino, una seggetta di paglia, tre segge di legna, uno rocelo di panno di lino sottile di braccia trenta circa, un’altro rocelo di panno al medesimo di braccia quindici circa, un’altro saccone nuovo con pelle, un rocelo di tovaglie bianche lavorate in tela di numero cinque, quattro mesali nuovi di braccia cinque l’uno listati con bambace lieve, dentro un’altra arca due altre lenzuole, una robba lunga di panno d’acqua della mena con passamani intorno, una casacca sopra un paio di calzoni di panno, due paia di calzette di lana, tre camise di lino con collari, due sorore per conservare olio grandi, un’altra sororella piena di olio di caraffe due circa, rotola quindici di orzo, venti libre di candele di lino, tre gonnelle fine di lana della detta Maria, una verde guarnita di velluto nero, una bruna di velluto verde, tre paia di maniche, una verde guarnita di velluto nero di stametta, una di stametta bruna guarnita con velluto nero, ed un altro paio di maniche ricamate guarnito ugualmente di velluto nero, una lenza di stametta ricamata, tre cannacche di oro fino della detta Maria grande, una di Laura mezzana, e l’altra di Silvia di paternistri piccoli le quali tutte e tre stanno dentro una massapanotto dentro detta arca con quattro anelli d‘oro con cani morti smaltati e con smaltature con pietre fini”.

 

Alla redazione dell’atto intervennero come testimoni: Livio Russo, di Limosano, Regio Giudice a contratti,  Don Celio Loffreda, di Lucito, litterato, Don Francesco Antonio Russo di Limosano, litterato, Subdiacono Giovanni Aloisio Russo, di Limosano, litterato,  Diacono Camillo de Monica, di Limosano, litterato, Amico de Amicis, di Limosano, litterato, Francesco de Addario, di Limosano, litterato, Giovanni Cosimo de Angelillo, di Limosano, litterato.

Donato Antonio, è nominato anche in un altro atto datato 8 luglio 1596, stipulato dal Notaio Santoro presso il convento di S. Francesco in Limosano, riguardante una cessione di terreno e parte del feudo Cascapera, da parte dei sindaci di Limosano in favore di Ottavio de Capoa del Balso. Vincentius de Alena di Limosano è invece nominatoin un atto datato 11 febbraio 1669 (cfr. Limosano questioni di storia, di F. Bozza).

 

5. Successione nel titolo di Barone di Vicennepane, S. Martino, Bralli e S. Giovanni Montemiglio

 

I titoli appartenenti alla famiglia d’Alena derivano dal possesso di beni feudali. Nel Regno delle Due Sicilie, i possessori di beni feudali in capite regia curia e cioè derivanti da una concessione sovrana o da un acquisto da altro feudatario, convalidato con Regio Assenso e debitamente registrato nei regi cedolari, acquisivano il titolo di Baroni di quel determinato feudo, se questo era insignito di giurisdizioni (es. prime e seconde cause civili e criminali, zecca, portolania, ecc.). I feudatari potevano acquisire altro maggiore titolo (Conte, Marchese, Duca, Principe) per espressa concessione sovrana.

Poiché la nostra famiglia ha posseduto i feudi di Vicennepiane, San Martino e Bralli, con giurisdizioni ma senza la concessione di altri titoli sugli stessi, ne consegue che il titolo spettante alla famiglia d’Alena era quello di Barone di Vicennepiane, S. Martino e Bralli. A questi va aggiunto quello di Barone di S. Giovanni Montemiglio, per successione del Barone Lorenzo Angeloni, fratello della nostra antenata Agata Angeloni, il quale, dal matrimonio con Teresa d’Eboli dei Baroni di Roccasicura, non ebbe discendenza ed istituì eredi universali i nipoti ex sorore, trasmettendogli il relativo titolo.

E’ per tali motivi che, legittimamente, Domenico Antonio d’Alena, fratello del nostro diretto antenato Giuseppe, richiese alla Consulta Araldica del Regno il riconoscimento dei titoli di Barone di Vicennepiane, Bralli, S. Martino e S. Giovanni Montemiglio.

Il diritto a succedere in questi titoli, va determinato in base alla legge di successione dei feudi stessi. Esistevano due tipi di feudi: quelli di diritto franco e quelli di diritto longobardo. I primi erano caratterizzati dall’indivisibilità, per cui potevano essere trasmessi solo ad uno dei figli maschi (preferibilmente il primogenito) con esclusione di tutti gli altri, ed erano ammessi alla successione solo i figli legittimi e naturali (con esclusione, pertanto dei figli naturali non legittimati, e degli adottivi). Per la trasmissione dei feudi de jure francorum venivano utilizzate le seguenti clausole: pro se, filiis et descendentibus, ovvero pro se, filiis et posteris, o ancora pro se suisque haeredibus ex corpore legitime descendentibus. I feudisti definivano questo tipo di feudi “a forma stretta” per sottolineare la loro peculiarità consistente nel trasmettersi al solo figlio maschio e legittimo, in assenza del quale, il feudo tornava alla Corona.

I feudi de jure longobardorum, invece, erano trasmissibili a tutti i figli maschi sia legittimi che naturali, ed in assenza di discendenza maschile, subentrava quella femminile. Per tale caratteristica il feudo longobardo era per sua natura divisibile (anche se i consignori del feudo osservavano la consuetudine di non frammentarlo, mantenendo la proprietà in comune ed indivisa tra i fratelli). I feudisti definirono questo tipo di feudi “a forma larga” ritenendo che potessero essere trasmessi addirittura agli estranei, considerando che la formula usata per la trasmissione era haeredes et successores, la quale non comportava necessariamente un legame di sangue con il feudatario. E’ tuttavia da ritenere irrealistico che il feudo venisse ceduto ad estranei, mentre è più facile pensare che la clausola in forma ampia servisse a facilitare la trasmissione del feudo (senza richiedere il Regio Assenso, come accadeva in occasione della vendita) in altra famiglia, nel caso in cui l’unica erede fosse una femmina. Infatti, casi come questi erano molto comuni. Si pensi ad es. alla successione dei d’Alessandro nel feudo di Pescolanciano per successione alla madre (Marchesano), degli Angeloni nel feudo di Montemiglio per successione dell’ava Agata Florini, e molti altri casi di cui è ricca la storia feudale del Molise, e non solo. Le clausole più comunemente usate per la successione nei feudi de jure longobardorum erano le seguenti: tibi et haeredibus; tibi et haeredibus quibuscumque; tibi et haeredibus in perpetuum; tibi et cui dederis; sibi et suis haeredibus et successoribus; pro te et haeredibus tuis; tibi et successoribus tuis; tibi et haeredibus.

Dobbiamo ora prendere in considerazione la natura dei feudi della nostra famiglia, e cioè sapere a quale delle due categorie appartenessero. Ebbene, come risulta dalle iscrizioni nei Regi Cedolari, dalle varie relazioni dei Razionali (che venivano stilate in occasione delle richieste di Regio Assenso), dagli stessi atti di Assenso Regio, nonché, per il feudo di Vicennepiane, dal giuramento di ligio omaggio, tali feudi erano tutti de jure longobardorum con la clausola di trasmissione agli eredi e successori.

Un’ultima considerazione merita, sempre ai fini della determinazione della successione nei titoli di famiglia, la consuetudine usata dai Baroni di Vicennepiane, nostri antenati. Essi usavano istituire un solo erede universale, in modo tale da evitare la divisione del feudo tra più fratelli. A questa disposizione si attenne Domenico Antonio d’Alena, Bar. di Vicennepiane, istituendo erede universale nei feudali il figlio primogenito Donato, il quale (nel frattempo divenuto anche barone di S. Martino e Bralli) istituì a sua volta suo erede universale nei feudali il figlio Domenico Antonio (divenuto nel frattempo anche Bar. di S. Giovanni di Montemiglio per esserne stato investito erede da parte dello zio materno, Bar. D. Lorenzo Angeloni, morto senza discendenti). Domenico Antonio morì nel 1837, quindi in epoca in cui la giurisdizione feudale era stata abolita. Di conseguenza i territori già feudali divennero semplice proprietà, ed i titoli meramente onorifici, continuarono a trasmettersi nel modo seguito fino a quel momento. La proprietà territoriale fu divisa tra i figli di Domenico Antonio, mentre i titoli (come dimostrano i tanti atti di stato civile, e notarili dell’epoca) furono portati solo da Federico, che era il maggiore dei fratelli. Il suo figlio primogenito, Domenico Antonio, in seguito alla morte del genitore, richiese alla consulta araldica del neonato Regno d’Italia, il riconoscimento dei titoli di Barone di Vicennepiane, S. Martino, Bralli e S. Giovanni di Montemiglio. Domenico Antonio, morì senza lasciare discendenti, per cui i titoli si trasferirono ai discendenti, eredi e successori, del fratello Giuseppe Antonio (secondogenito di Federico d’Alena) che era premorto a Domenico. E’ da rilevare, a tale riguardo, che i beni dei due fratelli Domenico e Giuseppe, erano indivisi e comuni (proprio come accadeva secondo le consuetudini longobarde) per cui fu necessario, alla morte di Giuseppe, provvedere alla divisione del patrimonio dei suoi discendenti, con quelli del fratello Domenico. E’ di rilievo notare come nell’atto di divisione, che fu rogato dal Notaio Modestino Frazzini, il 20 agosto del 1925, si legge: “Premettono essi costituiti che da oltre un anno, il Barone Don Giuseppe D’Alena fu Federico, moriva in S. Pietro Avellana (…)”. Nello stesso atto, invece ci si riferisce al fratello maggiore come “Don Domenico dei Baroni D’Alena fu Federico”. Sembrerebbe che D. Domenico, ancora in vita, avesse refutato ai titoli in favore del fratello minore e della sua discendenza, sancendola o ufficializzandola, in qualche modo, nell’atto pubblico di divisione.

In base a tutto quanto sopra evidenziato, ne consegue che i titoli della famiglia d’Alena, Baroni di Vicennepiane, S. Martino, Bralli e S. Giovanni di Montemiglio, sono passati alla discendenza naturale del Bar. Giuseppe d’Alena, rappresentata dal suo unico figlio maschio ed erede universale, Gaetano Alfonso di Sanza d’Alena.

 

 

 Abbreviazioni

ACS:  Archivio Centrale dello Stato, Roma;

ASFG:Archivio di Stato di Foggia;

ASIS: Archivio di Stato d'Isernia;

ASN:  Archivio di Stato di Napoli. 

 

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[1]        Cfr.: www.regionecampania.org/comuni/settori/notizieStoriche.asp?IDComune=6537 : “Carlo d'Angiò, con una lettera datata 4 aprile 1269, diretta a Dionisio di Amalfi, Procuratore dei beni devoluti al Fisco, ordinò di immettere Matteo de Alena nel possesso dei beni sottrattigli e di affidargli inoltre la custodia del Castello di Valva per conto del Fisco”.

[2]    Erasmo Ricca, La Nobiltà delle Due Sicilie, Forni Rist. An. 1978-79, dell’Ed. del 1859-1879 (cfr. vol. II, pag. 214). I due documenti ai quali il Ricca fa riferimento nella nota n. 139 provengono: " il primo de' citati documenti si legge nel registro angioino segnato Carolus I 1276, 1277 A. n. 27 fol. 16 a 18, ed il secondo nell'altro registro notato col n. 40 ed intitolato Carolus I 1280 C, fol 28."

[3]    Cedolario di Molise, vol. XVIII, foglio 656, anno 1764: intestazione del feudo di Vicennepiane a Donato d’Alena, erede in feudalibus del padre Domenico. ASN.

[4]    La prima notizia che abbiamo su Berardino risale alla numerazione dei fuochi del 1597, Fuochi vol. 670, n. 419: cfr. Michele Colozza, Frosolone dalle origini all’eversione del feudalesimo, Ed. Sammartino Ricci, Agnone, 1931 (IX), Rist. anastatica a cura dell’Amministrazione Provinciale d’Isernia, 2002, pag. 86.

[5]    Fuochi, vol. 670, n. 419: cfr. Michele Colozza, op. cit., pag. 86 e nota n. 1.

[6]    Fuochi anno 1631: cfr. M. Colozza , op. cit., pag. 168.

[7]    Fuochi anno 1631: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 164.

[8]    Teresa Garzia, Tradizioni popolari di Frosolone, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1997.

[9]    Coll. Partium. Vol 969, f. 28: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 112, nota 2.

[10]  Coll. Partium. Vol. 1060, f. 93: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 112, nota 6.

[11]   Atto per il Notaio De Rubertis di Campobasso, datato 10 gennaio 1668, munito di Regio Assenso: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 127.

[12]   Syllabus membranarum ad regiae Siclae Archivium partinentium. Vol. I, pag. 76 e segg.: cfr. Opera note precedenti, pag. 127 e nota n. 2.

[13]   Atto per il Notaio Peccia di Vinchiaturo, datato 7 maggio 1697.

[14]   Cfr. Giambattista Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. III, rist. Tipolitografia Lampo, Campobasso 1984, pag. 201 e nota n. 246.

[15]   Coll. Partium. Vol. 1151, f. 57: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 104, nota n. 2.

[16]   Coll. Partium. Vol. 1116, f. 59: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 115, nota n. 1.

[17]   Atto rogato dal Notaio Mezzanotte il 28 luglio 1722.

[18]   Archivio di Stato di Foggia, fondo Dogana delle mena delle pecore: cfr. P. Di Cicco, Il Molise e la transumanza, Cosmo Iannone, 1997.

[19]   V. anche Catasti Ant. Vol. 7572, anno 1753: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 86, nota n. 2.

[20]   Catasto anno 1754, Cat. Ant. Vol. 7573: M. Colozza, op. cit., pag. 166 e nota n. 2).

[21]   Catasto anno 1754, Cat. Ant. Vol. 7573; Scuola Salernitana – vol. 183, fasc. 7: cfr M. Colozza, op. cit., pag. 171 e nota n. 4.

[22]   Utroque Juris Doctor.

[23]   Atti del secondo Sinodo Tridentino, Benevento, 1727, pagg. 135 – 136: M. Colozza, op. cit., pag. 87, nota n. 1.

[24]   Cfr. L. di Ciò, Dei feudi e titoli della Famiglia d’Alena, Castel di Sangro, Tip. Ed. Potaturo, 1896, pag. 30.

[25]   Idem nota precedente.

[26]   La data di morte è riportata nel Cedolario di Molise, Vol. 19, f. 174, ASN.

[27]   Collegio dei Dottori, vol. 49-57, ASN.

[28]   Estratto dell’atto di battesimo, allegato agli atti di cui alla nota precedente.

[29]   Archivio Diocesano di Trivento: busta Frosolone, Chiesa di San Pietro, Atto Notaio Mezzanotte, anno 1718.

[30]   Cfr. L. di Ciò, op.cit., pag. 32 .

[31]   Cfr. L. di Ciò, op. cit., pag. 31.

[32]   Catasto anno 1754, Cat. Ant. Vol. 7573: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 168, nota n. 6.

[33]   “Philippi Colanerii Medici et Philosophi Frusinonensis Novissima methodus curandi morbos acutos et chronicos inedia et aqua. Dissertatio. Neapoli 1747 apud Alexium Pellecchia”: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 169.

[34]   Cfr. L. di Ciò, op. cit., pag. 31.

[35]   Cfr. M. Colozza, op. cit., pagg. 86-88.

[36]   Cfr. L. di Ciò, op. cit., pag. 32.

[37]   Cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 86, nota n. 3.

[38]   Cfr. L. di Ciò, op.cit., pag. 31.

[39]   Idem nota precedente, pag. 30.

[40]   Cfr. G. Masciotta, op. cit., vol. III, pag. 137.

[41]   Cfr. G: Masciotta, op. cit., vol. IV, pag. 353: Famiglie e persone giuridiche feudatarie, intestatarie, utiliste, commendali, ecc. dei corpi urbani e rustici compresi nella circoscrizione territoriale attuale della Provincia di Molise, dall’epoca normanna insino all’eversione della feudalità.

[42]   Pandetta ex attuario Negri, ASN.

[43]   Archivio Diocesano di Trivento, busta ‘Frosolone’, Chiesa di San Pietro, anno 1718.

[44]   Cat. vol. 7572: cfr. M. Colozza, op. cit., 2002, pag. 208.

[45]   Atto del notaio Giuseppe Morsella di Frosolone, datato agosto 1778.

[46]   Cedolario di Molise, vol. 19, fol. 174, ASN. Cfr. anche L. di Ciò, op. cit., pag. 31.

[47]   Visite Economiche, fasc. 885, f. 20: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 172.

[48]   Cfr. M. Colozza, op. cit., pagg. 116-117.

[49]   Coll. Partium. Vol. 1080, f. 181: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 111 e nota n. 4.

[50]   Coll. Partium. Vol. 987, f. 148: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 111 e nota n. 2.

[51]   Coll. Partium. Vol. 1170, f. 197: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 111 e nota n. 3.

[52]   cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 112.

[53]   Cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 113.

[54]   Cfr. G. Masciotta, op. cit., vol. III, pag. 204.

[55]   Cfr. G. Masciotta, op. cit.

[56]   Donato Antonio (1746-1822) sposò Agata Rosaria Angeloni, figlia del Bar. Donato Berardino (1721-1802) e di Clotilde di Cola.

[57]   Pompeo sposò Vittoria Colozza. La famiglia Colozza portò molto lustro a Frosolone: si ricordano i professori universitari Antonio e Giovanni Antonio (pedagogista di fama nazionale, insegnò all’Università di Palermo, città nella quale gli fu dedicata una via ed un istituto scolastico, così come a Frosolone ed a Campobasso), i magistrati Michele (storico, autore di: Frosolone, Dalle origini all’eversione del feudalismo, Tipografia Sammartino-Ricci, Agnone 1931), Domenico e Nino (Primo Presidente di Cassazione) L’antico uso di stemma gentilizio fu riconosciuto con Decreto Ministeriale in data 23 dicembre 1929 ai fratelli Pietro e Luigi di Antonio, ed era il seguente: semipartito troncato: nel 1° di rosso a tre spighe di frumento legate d’oro poste in palo; nel 2° d’azzurro a tre stelle (6) d’argento poste 1, 2; nel 3° d’argento, all’albero fogliato di verde, con un monte, il tutto al naturale (Archivio Centrale dello Stato, Fondo Presidenza del Consiglio dei Ministri, Consulta Araldica, fasc. 7733, Pietro e Luigi Colozza): cfr. Annuario della Nobiltà Italiana, XXX Ed., Casa Editrice S.A.G.I. del Dr. Andrea Borella.

[58]   Laura (n. 1680) sposò Donato de Cristofaro. La famiglia de Cristofaro fu tra i più grandi proprietari molisani “locati” della Dogana di Foggia (dal 1600 al 1790 – cfr. Pasquale Di Cicco, Il Molise e la transumanza). Annovera numerosi personaggi nel campo del diritto, tra cui Giacomo docente universitario presso la facoltà giuridica dell’Ateneo Federiciano.

[59]   Francesco (n. 1784) sposò la Nob. Elisabetta de Capoa.

[60]   Donato Antonio (1746-1822), sposò in seconde nozze Doristella de Silvestris, la cui famiglia era di Campobasso ed alla quale appartenne Mons. Giuseppe Antonio de Silvestris (+ 1743), 52° Vescovo di Termoli. Per gli altri cenni storici sulla famiglia v. nella sez. famiglie di antenati.

[61]   Agnese, figlia di Donato Antonio (1746-1822) sposò Carlantonio de Nigris. Il Masciotta (op. cit.) ricorda che questo personaggio nel 1821 era segretario Generale a Campobasso,  e nel 1826 fu promosso Intendente, ufficio che occupò fino a maggio del 1827. A Napoli, dove morì anteriormente al 1859, ricorpì l’altissimo ufficio di Presidente della Gran Corte dei Conti. Fu anche Intendente in Avelino dal 21/9/1824 all' 1/4/1827 e dall' 1/7/1831 al 30/12/1837 (fonte: Prefettura di Avellino).

[62]   Cedolario di Molise, vol. 18, f. 676: ASN.

[63]   Cedolario di Molise, vol. 19, f. 174 e segg.: ASN.

[64]   Estratto dai libri parrocchiali dei morti, Frosolone.

[65]   Idem nota precedente.

[66]   V. nota n. 57.

[67]   Cfr. Sergio Bucci, Molise 1848, cronaca, personaggi, documenti, Ed. Enne.

[68]   Regio Cedolario, vol. 12, f. 809, anno 1792 ASN. Cfr. anche L. di Ciò, op. cit., pag. 31.  

[69]   Atto del Notaio Francesco Tomasuolo di Napoli, in data 01/07/1748. Cfr. anche L. di Ciò, op. cit., pag. 31.

[70]   Quint. Vol. 281, f. 60 – Ced. di Molise, vol. 18, f. 454 e segg.: cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 87 e nota, 4.     

[71]   Cfr. M. Colozza, op. cit.          

[72]   Catasti antichi, vol 7572, catasto del 1753: cfr. opera note precedenti,pag. 86 e nota n. 2.

[73]   Cfr. M. Colozza, op. cit., pag. 87.

[74]   Cfr. Antonio Grano, Macchia d’Isernia, Luca Torre Editore, 2002, pag. 30.         

[75]   Idem nota precedente. 

[76]   Regio Cedolario, vol. 12, f. 809, anno 1792: ASN.   

[77]   Idem nota precedente.

[78]   Antonio Grano, op. cit., pagg. 30-31.  

[79]   V. Cap. I, paragrafo 1.4.

[80]   Cfr. Sergio Bucci, op. cit..       

[81]   La famiglia Frisari è iscritta nell’Elenco Ufficiale Nobiliare Italiano del 1922 con i titoli di: Nobile (mf), Duca di Scorrano (mpr), Conte di S. Cassiano (mpr), Bar. di Torre Castel Saraceno (mpr).

[82]   Tutti gli atti di seguito descritti, sono tratti dal libro di pasquale di Cicco, Il Molise e la transumanza, Cosmo Iannone Editore, Isernia, 1997. Accanto ai numeri dei volumi e dei fascicoli relativi al fondo Dogana della mena delle pecore, sarà indicata tra parentesi, la pagina del volume del di Cicco: Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 165 – 3326 (pag. 47).    

[83]   Serie II, contratti di censuazione: 92 – 192 (pag. 212).

[84]   Serie VII, atti vari: 298 – 252 (pag. 239).

[85]   Serie VII, atti vari: 319 – 55 (pag. 243).      

[86]   Atti dei notai (Giovanni de Marino di Napoli, rogante a Foggia): 16/03/1820, cc. 562r-586t (pag. 195).                                                                                                                                 

[87]   Consiglio d’Intendenza di Capitanata, I camera, decisioni: 7 – 617, 23/5/1840 (pag. 292).       

[88]   Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 184 – 4639 (pag. 54).         

[89]   Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 184 – 4640 anno 1737 (pag. 54).

[90]   Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 145 – 2408 (pag. 42).

[91]   Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 146 – 2476 (pag. 42).

[92]   Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 186 – 4765 (pag. 57).

[93]   Serie II processi civili: 728 – 14995 (pag. 124).

[94]   Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 169 – 3589 (pag. 48).

[95]   Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 169 – 3569 (pag. 48).

[96]   Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 165 – 3332 (pag. 47).

[97]   Consiglio d’Intendenza di Capitanata, II camera, processi: 18 – 620 (pag. 293).

[98]   Atti dei notai (Giovanni de Marino di Napoli rogante a Foggia): 15/05/1835 – cc.220r-273r (pag. 197).

[99]   Consiglio d’Intendenza di Capitanata, II camera, processi: 28 – 997 (pag. 293). Nella fonte archivistica si conserva anche una pianta topografica della posta e posticchia, redatta dall’agrimensore Saverio Pacelli il 14 novembre 1828.

[100] Serie I, carte patrimoniali e amministrative: 58 – 480 (pag. 37).

[101] Tanto si ricava dall’atto di morte, anno 1892, n. 30, Stato Civile Comune di San Pietro Avellana.

[102] Atto di nascita, anno 1809, n. 9, Stato Civile Comune di San Pietro Avellana.

[103] Il nome di Giuseppe Cornè è presente nel ruolo della Real Magistrale Deputazione del Real ordine Militare Cavalleresco di San Giorgio della Riunione – 1819 – tra i cavalieri di diritto con grado di Capitano: cfr. Rivista Araldica, fasc. 864, anno 2006, pag. 9, “Real Magistrale Deputazione…” di Francesco Lombardo di S. Chirico.

[104] Cfr. L. di Ciò, op. cit., pag. 60.

[105] Le notizie sono tratte dagli atti civili di nascita (gli anni sono indicati tra parentesi) dei figli di Domenicantonio.

[106] Cfr. San Pietro Avellana. Storia di una Badia multisecolare, Eugenio Jannone, Ed. a cura della Biblioteca Provinciale d’Isernia, 1984.

[107] Atto di assenso al matrimonio, datato 7 maggio 1844: allegato al processetto matrimoniale di Federico e Cristina d’Alena, anno 1844, ASFG.

[108] Cfr. Eugenio Jannone, San Pietro Avellana, notizie storiche, aneddoti, Reale Stabilimento Poligrafica F. Salvati Foligno 1932 – X.

[109] Estratto dell’atto di morte ASIS.

[110] Una legge del 18 ottobre 1806, dette un nuovo assetto alle università che mutarono il loro nome in ‘comuni’. Le norme dettate per i comuni con popolazione inferiore ai 3.000 abitanti (qual’era appunto San Pietro Avellana), prevedevano che l’amministrazione spettasse a dieci cittadini, estratti a sorte, maggiorenni e con una rendita di almeno 24 ducati. I dieci eletti prendevano il nome di decurioni ed il loro complesso decurionato. Ogni mese di maggio il decurionato nominava il sindaco ed i revisori dei conti, nonché i consiglieri distrettuali e provinciali.

[111] Dall’atto per il Notaio Domenico Palumbo di San Severo, datato 24 luglio 1844, relativo al consenso al matrimonio che Maria Antonia Faralla dava alla figlia minore Cristina, emerge che abitavano in via Mercantile “nella Casa Palazziata di essa Signora Faralla”: Archivio di Stato di Foggia, allegato al processetto matrimoniale di Federico e Cristina d’Alena, anno 1844.

[112] Cfr. Eugenio Jannone, San Pietro Avellana, notizie storiche, aneddoti, Reale Stabilimento Poligrafica F. Salvati Foligno 1932 – X.

[113] Nobile famiglia di Pescocostanzo. Alza come stemma d'azzurro alla banda di rosso orlata d'argento e caricata di tre stelle (8) il tutto d'oro, accompagnata in capo da una cometa (8) d'oro posta in palo ed in punta da una testa di moro, posata di profilo verso destra: cfr. 1) von Lobstein in Abruzzo edizioni Editalia; 2) Annuario della Nobiltà Italiana, XXX Ed., Casa Editrice S.A.G.I. del Dr. Andrea Borella.

[114] I Nanni furono gli ultimi titolari del feudo di Roccascalegna. D. Susanna era figlia del barone D. Raffaele (­+1802) e di D. Anna Maria Corsi

[115] I Mariani erano una famiglia notabile del luogo, annoverati anche loro tra i grandi proprietari “locati” della Dogana di Foggia, verso la fiine del XVIII secolo. Si ricordano: Leonardo, che nel 1788 fu uno dei tre “administratores Sancti Petri de Avellana”, che fecero erigere la ‘Fontana Grande’; Giuseppe, sindaco nel 1837; Gianbattista, Notaio in S. Pietro Av.; Giovanni, Capitano della Guardia Nazionale. Contrassero alleanze matrimoniali con altre notabili famiglie del luogo quali i Salvatore ed i Perilli.

[116] ASR, fondo Sforza Cesarini, busta n. 215.

[117] Atto del Notaio Modestino Frazzini del 20 agosto 1925.

[118] Fascicolo n. 3192, aperto ad istanza di Domenicantonio d’Alena, presso la Consulta Araldica del Regno, ACS.

[119] Archivio Distrettuale Notarile di Campobasso: allegato alla pubblicazione del testamento avvenuta con atto per il Notaio Modestino Frazzini, rogato in Carovilli il 28 novembre 1925.

[120] La condizione ‘gentildonna’ è riportata così come appare su vari atti di stato civile di nascita e matrimonio.

[121] L'indicazione del cognome di Sanza d'Alena è da intendersi come cognome d'uso, non anagrafico. Ciò per consentire la facile individuazione della famiglia discendente dal barone Giuseppe d'Alena, da altre famiglie omonime, per conservare il ricordo del nome della famiglia d'origine, e per conservare il patrimonio non solo materiale ma anche e soprattutto quello morale, ricevuto dai discendenti di Giuseppe d'Alena, per sua espressa volontà, consacrata nel testamento olografo del 19 agosto 1923.